Per cambiare la politica, l’Italia, e la vita di milioni di persone: davvero.

Siamo la generazione che ha fretta. Sono troppi anni che ci sentiamo promettere un futuro radioso, ma nella nostra vita quotidiana, ciò che cambia, cambia in peggio. Per noi l’austerità è iniziata ben prima del 2008: siamo nati e cresciuti nell’epoca della precarietà, della disoccupazione, dei tagli all’istruzione, delle privatizzazioni. Non abbiamo nostalgia di epoche d’oro a cui tornare, né padri politici a cui appellarci. Siamo nati e cresciuti con l’idea che vivremo in condizioni peggiori dei nostri genitori, tutto intorno a noi grida che dobbiamo rassegnarci. Rassegnarci alla precarietà, al fatto che il lavoro non si trova e se si trova non ci dà a sufficienza per una vita dignitosa. Rassegnarci al fatto che se qualcosa nella nostra vita non va bene è colpa nostra, dobbiamo sbatterci di più, competere di più, fregarci l’un l’altro ogni giorno di più.
E non è così per tutti. In questo paese ci sono pochi che stanno in alto e, anche in tempi di crisi, se la cavano piuttosto bene, e molti che stanno in basso e, in particolare ora con la crisi, se la cavano ogni giorno sempre peggio. Quello della disuguaglianza è il tema fondamentale dell’Italia di oggi, non si può continuare a far finta di non vederlo. E bene hanno fatto Anna Falcone e Tomaso Montanari, nella loro proposta di un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza, a citare come fondamento del loro progetto l’articolo 3 della Costituzione. Abbiamo bisogno, noi più di chiunque in Italia, di una Repubblica che si impegni a combattere le tante diseguaglianze che attraversano il nostro paese e che creano non solo infelicità, ma anche subalternità e ricatto. Se prendiamo sul serio l’articolo 3 della Costituzione, dobbiamo dire che chi non vive di rendita, chi – come noi – ha bisogno di lavorare per vivere, fa sempre più fatica: chi è disoccupato viene colpevolizzato, forzato ad accettare il lavoro persino se gratuito, travestito da volontario. Il tutto mentre aumentano i profitti di pochi azionisti di poche grande aziende, l’evasione fiscale, il peso politico dell’élite nei confronti del governo. Per loro, scudi fiscali e condoni, per chi lavora o cerca lavoro, poco o niente. Ci dicono che la colpa è nostra, delle nostre inadeguatezze, della nostra poca voglia di lavorare e competere o, peggio, dei migranti, dei sindacati o di qualche altro capro espiatorio di comodo. Sappiamo che non è così.
Di fronte a tutto questo, ci dicono sempre la stessa cosa: cambiare è impossibile, tutto deve restare com’è, non c’è alternativa. Ci vogliono deboli, depressi, rassegnati. In una parola: servi. Ridotti ad applaudire, da spettatori, il teatrino gattopardesco dei leader, che dietro alla retorica di una finta idea di modernità e di trasformazione nascondono i soliti, intoccabili, interessi consolidati di una classe politica che annuncia di voler cambiare tutto e alla fine non cambia niente.
Eppure non è così. Il cambiamento reale è possibile. Ce lo insegnano le straordinarie battaglie per la democrazia e l’uguaglianza in Europa, nelle piazze come nella contesa elettorale. Ce lo insegnano le tante piccole e grandi vittorie dei movimenti anche del nostro paese, dal referendum sull’acqua alle tante battaglie territoriali, fino all’impegno isolato di intere comunità e singoli amministratori in difesa dei i beni comuni. Ce lo insegnano le esperienze politiche di tante città italiane, che, con tutti i loro limiti, hanno mostrato che esiste lo spazio per una proposta politica popolare e alternativa al neoliberismo, in grado di far collaborare le migliori energie della società e della politica italiana e di inserirle nel quadro di una grande mobilitazione europea.
Per fare questo, non basta unire tutti quelli ce l’hanno con Matteo Renzi, non basta essere antirenziani allo stesso modo con cui si è stati antiberlusconiani. Intendiamoci: il Partito Democratico è un avversario di chi voglia cambiare il paese. Non per qualche ragione ideologica o di risentimento, ma per le scelte che fa: dalla riforma Fornero al Jobs Act, passando per la buona scuola, il fiscal compact, lo Sblocca Italia, il pareggio di bilancio e la fallita riforma costituzionale.
L’unità è un valore se serve a unire la maggioranza sociale, non pezzi di ceto politico (spesso abbondantemente compromessi con i disastri contro cui ci battiamo). E per far questo deve materializzarsi in un progetto e in pratiche che cambino direzione a come funziona il Paese. Si tratta in primo luogo di mettere in comune bisogni e desideri, di ribellarci alla frammentazione che ci ha resi deboli, unirci quindi in nome di una massiccia opera di redistribuzione, a partire da una rivoluzione fiscale in senso progressivo, per dare davvero qualche picconata alle disuguaglianze; per la gratuità dell’istruzione dall’asilo all’università, perché il sapere non sia un privilegio per pochi ma uno strumento di cambiamento sociale; per garantire a tutte e tutti, anche ai 4 milioni di italiani senza tetto, il diritto alla casa magari utilizzando i 6 milioni di appartamenti vuoti; per far entrare la Costituzione nei luoghi di lavoro, a partire dal garantire a tutti un equo compenso; per creare più lavoro con politiche industriali tese alla conversione ecologica dell’economia e redistribuirlo attraverso una riduzione dell’orario di lavoro; per istituire un reddito minimo per fermare la corsa al ribasso di salari per riconoscere diritti e dignità.
Perché sia in campo un’alternativa reale, vorremmo che ci interrogassimo su questi temi, più che sulle nostalgie di formule politiche come l’Ulivo, che alla nostra generazione dicono ben poco. Negli USA i giovani votano in massa per Bernie Sanders, in Francia per Mélenchon ed in Inghilterra per il Labour di Jeremy Corbyn. Anche in Italia gli under 30 hanno votato all’80% No al referendum costituzionale del 4 dicembre. Un segnale chiaro che smentisce tutti coloro che da anni parlano di una generazione addormentata e spoliticizzata.
Abbiamo bisogno di cambiare tutto. Serve riportare alla partecipazione i troppi uomini e donne che in questi anni se ne sono allontanati. Per riuscirci serve anzitutto “la credibilità”, caratteristica rara, ma che vede spesso un grande riscontro tra i cittadini e gli elettori, come dimostrano la storia politica e personale di Sanders o Corbyn, sempre dalla stessa parte con caparbietà, programmi radicali, discontinuità e coerenza.
Ma soprattutto per riconquistare credibilità è necessaria una vera cessione di sovranità ad uno spazio pubblico dell’alternativa, uno spazio di convergenza tra singoli e forze organizzate con pratiche di partecipazione reale e co-decisione, che diano la possibilità di decidere direttamente alle persone, coinvolgendo tanto i partiti quanto i soggetti sociali e le realtà territoriali, i comitati senza ridurre la partecipazione a scontro tra apparati per la legittimazione della leadership, o la conta sulle candidature. L’unico modo per unire, rompere la diffidenza, mettere insieme è decidere insieme in un percorso pubblico che non sia né ostaggio del politicismo né proprietà di garanti o leader, uno spazio pubblico dell’alternativa, di tutte e tutti.
Con questo obiettivo lo scorso dicembre ci siamo messi in cammino per costruire un programma dell’alternativa con tutte e tutti coloro che in questi anni hanno subito le riforme e le scelte di qualcun altro sulla propria vita. Cammino che ci vedrà impegnati in una discussione sul lavoro povero, gratuito e sfruttato a Roma sabato 17 pomeriggio e proseguirà nei prossimi mesi con la carovana delle Piazze dell’alternativa promossa dalla Rete delle città in comune.
È necessario che chi non ha avuto voce in questi anni la tiri fuori adesso: a partire dal partecipare alla mobilitazione della CGIL contro i voucher e l’arroganza del potere, dal sostenere le battaglie di chi si ribella al lavoro povero, dal partecipare agli spazi di costruzione dell’alternativa politica.

Per questo il 18 giugno saremo all’assemblea per un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza: una grande alleanza di chi sta in basso contro chi sta in alto, a partire da un programma di alternativa concreta allo sfacelo in cui ci troviamo, con discontinuità nelle facce e pratiche di democrazia reale.

Su questo base, pensiamo che ci sarà davvero la possibilità di parlare non al mitologico “popolo del centrosinistra”, ma di unire chi quotidianamente lotta per i propri diritti nei luoghi di lavoro, chi un lavoro non riesce a trovarlo se non in forme indegne, chi non crede più in nulla perché è ricattato e solo, chi è rassegnato, ma insieme a tante e tanti altri può ancora trovare la forza di reagire.
Queste elezioni possono essere un’occasione: proviamo a fare qualcosa che non si è mai fatto prima.
Cambiamo tutto, davvero.
Questo appello si può sottoscrivere sulla pagina Costruire L’Alternativa 
2017-09-27T13:35:38+00:00 giugno 16th, 2017|Adesioni e interventi, news|