Il Fenomeno migratorio

GRUPPO: LA CASA DEGLI IROCHESI e ATTIVAIX

(NAZIONALE + ROMA IX MUNICIPIO)

GESTIRE IL FENOMENO MIGRATORIO

 

Analisi del fenomeno

Il fenomeno migratorio in essere non può essere valutato solo a partire dagli effetti che produce sulla società italiana o nel contesto europeo.

E’ necessario analizzarne, almeno per grandi linee, le radici e le cause profonde, perché in assenza di questa comprensione risulta assolutamente velleitario ogni tentativo di contenerlo e gestirlo.

Quando una moltitudine di persone decide di muoversi dal posto in cui sono nate e che percepiscono come “casa” è evidente che interpretare questo fenomeno come desiderio di usufruire in modo parassitario del benessere di altri luoghi è fuorviante e denota incapacità di analizzare i problemi nella loro complessità.

Per limitarci all’ambito africano e mediorientale, che è quello che riguarda più da vicino i flussi che interessano il nostro Paese, bisogna partire dalla constatazione che gli appetiti coloniali delle potenze europee nei confronti di quei territori risalgono a tempi molto remoti; quello che è cambiato nel corso dei secoli è principalmente la potenza militare che l’Europa è stata in grado di dispiegare per sottomettere le popolazioni autoctone e il crescente appetito di risorse e materie prime disponibili nei Paesi sottomessi, conseguente alla crescente attitudine al consumo delle opulente società occidentali.

Le forme di colonialismo “benevolo” e in qualche modo equilibrato caratteristiche della civiltà della Magna Grecia o anche dell’Impero Romano, si sono nel corso dei secoli andate progressivamente a caratterizzare per una sempre maggiore voracità e un sempre minore rispetto delle società originarie conquistate, fino al colonialismo predatorio stabilito in Africa nel diciannovesimo e nella prima metà del ventesimo secolo da tutte le principali potenze europee.

Quando il colonialismo diretto è cessato, dopo la seconda guerra mondiale e non senza sanguinosi strascichi, non è con esso cessato il tentativo di garantirsi l’accesso alle risorse di cui l’Europa ha bisogno per supportare i consumi sempre crescenti della sua popolazione, e si è quindi assistito al fenomeno di governi locali fantoccio, controllati dai potentati economici e proni alle loro necessità, nel completo disprezzo delle condizioni di vita delle popolazioni indigene, completamente depauperate e sottomesse con una violenta repressione quando ritenuto necessario.

In questo contesto devono essere inquadrati anche i fenomeni crescenti di fondamentalismo religioso, che promette un riscatto e una liberazione dall’oppressione esterna in cambio di una sottomissione totale a una divinità salvifica e riparatrice e al contempo pratica, per i suoi fedeli, politiche di mutua assistenza e solidarietà che permettono loro di sperare in una condizione migliore per sé o per le proprie famiglie in cambio di una assoluta obbedienza ai capi religiosi, che si spinge fino al martirio.

Un ulteriore elemento di instabilità dell’area africana subtropicale è il drammatico cambiamento delle condizioni climatiche, anch’esse generate dal rapace consumo di risorse energetiche e dall’emissione di gas serra generati dalle economie occidentali, che sta progressivamente desertificando vaste zone di territorio, rendendo impossibile mantenere un’economia contadina che offra una minima possibilità di sussistenza e aggravando le condizioni sanitarie di popolazioni già fortemente soggette a epidemie anche di malattie che in occidente sono ormai considerate ricordi del passato.

La distinzione artificiosa tra i migranti economici e i richiedenti asilo da zone di guerra è in questo quadro assolutamente ingiustificata: il fenomeno migratorio ha le sue radici nella distruzione sociale, culturale, sanitaria, ecologica, che le opulente società occidentali europee hanno causato in larga parte dell’africa e del medio oriente, e le guerre che si scatenano nel settore ne sono una conseguenza esattamente come la miseria e le malattie.

Chi dice aiutiamoli a casa loro finge di ignorare che è esattamente a causa del fatto che da secoli li stiamo “aiutando” che assistiamo a questi imponenti flussi migratori, e che per lo stesso motivo fino a che continueremo ad “aiutarli” questi flussi resteranno inarrestabili.

Ne consegue che le politiche basate sui respingimenti, sulla detenzione, su tentativi di bloccare i flussi all’origine con interventi militari, sono destinati inevitabilmente a fallire, se non nel breve sicuramente nel medio periodo, oltra ad essere evidentemente contrari ad ogni senso di umanità.

Proposte per una politica efficace

Si parte dal principio che l’integrazione dei flussi migratori non è solo giusta e solidale, ma anche necessaria, e che è possibile sviluppare una politica che porti benefici sia ai migranti che alle comunità che li accolgono.

Il progetto di integrazione deve seguire il migrante dal momento del suo arrivo, quindi è necessario valorizzare e supportare le attività delle associazioni che si occupano di prima accoglienza, cercando di costruire una rete di coloro che già operano in questo senso, sia nelle situazioni di emergenza nelle quali i migranti non hanno né un posto dove stare né le condizioni minime di vita decente, sia in una fase più “stabilizzata” in cui una struttura organizzata si prende cura delle loro necessità minimali.

Questa rete deve essere in grado di offrire in modo organizzato i propri servizi alle autorità che si occupano di identificare i migranti non appena arrivano sul territorio nazionale, fornendo un’alternativa valida ai centri di detenzione. Ma anche nel caso in cui i migranti provengano, in modo più o meno lecito, da un centro di detenzione, le strutture di prima accoglienza devono essere in grado di fornire loro i servizi minimali per assisterli in modo umano.

Il secondo aspetto riguarda gli spostamenti sul territorio nazionale: spesso i migranti si trovano immediatamente nelle mani di organizzazioni criminali che, in cambio della possibilità di raggiungere una meta, li tengono per un periodo più o meno lungo bloccati in luoghi di loro scelta per lavorare in condizioni di semi-schiavitù, in cambio del biglietto ferroviario e delle indicazioni necessarie a chi non ha alcuna risorsa economica e nessuna idea di come muoversi, non essendo in grado, nella maggioranza dei casi, di capire e farsi capire.

L’assistenza deve quindi occuparsi di offrire un servizio di mediazione culturale e di supporto per farli arrivare nei presidi territoriali in grado di offrire loro una sistemazione dignitosa e un programma di integrazione. Questo prevede un’organizzazione capillare e l’insediamento di centri di solidarietà molto diffusi sul territorio, per ridurre al minimo le reazioni negative della popolazione stanziale.

I centri di solidarietà devono avere una serie di obiettivi progressivi, finalizzati all’integrazione dei migranti nella società che li accoglie.

Il primo obiettivo deve essere quello di far recuperare al migrante un senso di comunità che non lo faccia sentire completamente isolato e gli faccia superare la fase emergenziale che lo spingerebbe a comportamenti imprevedibili e talvolta devianti. Questo senso di comunità non deve essere basato esclusivamente con la familiarizzazione con gli altri migranti, perché i migranti sono persone, e come tutti hanno simpatie, antipatie, pregiudizi, per cui non è affatto detto che i rapporti in un centro di accoglienza siano necessariamente idilliaci.

E’ preferibile favorire un senso di socialità diffusa, in cui tutti sono pari (il migrante tende naturalmente ad assegnare dei ruoli e mettere i suoi assistenti nel ruolo di “capo” e questo non è positivo). Anche semplici interazioni ludiche, in cui ognuno esprime sé stesso da pari a pari possono essere utili. Altra attività che si è rivelata molto utile è stata l’organizzazione di passeggiate guidate, in cui si fanno visitare ai migranti i luoghi significativi del posto che li ospita e se ne spiegano origini e storia. Questa è una cosa che fa sentire il migrante meno “alieno” e contribuisce ad avviare un percorso di inserimento in una realtà che, per un periodo più o meno lungo della sua vita, diventerà anche la sua.

Il secondo passo è il superamento del gap linguistico: ai migranti devono essere forniti gli strumenti per poter interagire in modo efficace. I programmi di insegnamento della lingua spesso sono poco efficaci, per la difficoltà di frequenza e per il fatto che i ragazzi normalmente piuttosto giovani tendono a trascurare la “scuola”. Esperienze dirette dimostrano che classi di conversazione, arricchite da attività complementari (corsi di musica, di fotografia, di alfabetizzazione informatica) favoriscono la partecipazione spontanea e la disponibilità all’apprendimento.

Il terzo passo (in realtà parallelo al secondo) è l’integrazione sociale: è consigliabile favorire ogni attività che permetta ai migranti di interagire positivamente con le persone autoctone. Un sistema molto usato e valido, a condizione di non abusarne, sono le attività di volontariato sociale nelle quali coinvolgere i migranti, come ad esempio la cura del decoro urbano e l’organizzazione di eventi ludici. L’obiettivo è di far superare la naturale diffidenza verso il diverso e, attraverso il contatto e il lavoro insieme, riportare alla luce la “persona” che sta dietro al migrante.

Il passo successivo riguarda l’inserimento attivo e l’integrazione. L’azione si deve sviluppare su più piani, quanto più possibile complementari tra loro: un piano riguarda il favorire piccole attività remunerate, come piccoli servizi di assistenza agli anziani e alle persone in difficoltà, lavori di manutenzione del decoro urbano, coltivazione di piccoli orti urbani con distribuzione dei prodotti attraverso i Gruppi di Acquisto Solidale. In queste attività è importante valorizzare il significato di integrazione nel tessuto sociale e di reciproco vantaggio tra i migranti e le comunità che li accolgono. Un esempio splendido è dato dalla cooperativa Barikamà: un piccolo gruppo di migranti accolti all’interno di un’azienda agricola ha iniziato a produrre yoghurt biologico e a distribuirlo al circuito dei GAS, mentre nella loro attività i migranti hanno coinvolto alcuni ragazzi locali affetti da autismo, creando un circuito di solidarietà commovente, ma soprattutto dal grande valore sociale. Il secondo piano riguarda un parallelo percorso strutturato di avviamento al lavoro, attraverso stage e tirocini, in stretta collaborazione con le imprese solidali locali, in modo da recepire la richiesta di professionalità da parte delle imprese e offrire ai migranti percorsi formativi che siano aderenti e quindi offrano reali opportunità occupazionali. Per questi percorsi è importante avvalersi della collaborazione degli enti bilaterali sindacati-imprese e dei fondi europei disponibili che normalmente sono gestiti attraverso bandi regionali, sui quali è opportuno creare una struttura dedicata e competente, in grado di intercettare le opportunità e supportare il processo di definizione delle domande di partecipazione.

Esiste un evidente “problema femminile”: è estremamente complesso seguire i percorsi delle donne migranti e il loro numero relativamente esiguo rispetto ai giovani adulti maschi le rende quasi “invisibili”. Questo rischia di relegare le donne migranti a ruoli estremamente marginali e con poche opportunità di valorizzazione, quando non ci si trovi di fronte a sistemi di sfruttamento sessuale gestiti dalla malavita organizzata. E’ fondamentale effettuare una sorta di ricognizione e mappatura della presenza e dislocazione delle donne migranti, per poter progettare percorsi di integrazione adeguati.

Altro tema delicatissimo è quello dei minori non accompagnati: è necessario sviluppare una rete capillare di tutoring, con persone e strutture in grado di accompagnare il minore in un percorso di inserimento e crescita, garantendo loro il fondamentale diritto allo studio. E’ inoltre necessario studiare percorsi di integrazione calibrati che permettano quando le condizioni lo richiedono, gli affidamenti e le adozioni di minori che hanno perso la famiglia di origine. L’integrazione sociale, anche per i minori, dovrebbe partire dall’insegnamento della lingua, anche tramite il loro inserimento nella classi di conversazione.

 

MODI, TEMPI E RISORSE PER LA REALIZZAZIONE

 

Elaborare una proposta di legge per ridefinire il ruolo e le competenze di CAS e SPRAR

Istituire un organismo di monitoraggio delle attività di CAS e SPRAR

Attivare convenzioni con Sindacati e Imprese per la formazione e l’avviamento al lavoro

Sostenere e premiare con la fiscalità i Comuni virtuosi, anche tramite i meccanismi del “baratto amministrativo”

Abbattere le barriere burocratiche, economiche e organizzative che impediscono l’accesso ai servizi sanitari per i migranti

 

Le risorse attualmente impiegate per l’accoglienza possono essere sufficienti se impiegate in modo efficace e razionale, e possono/devono essere integrate da fondi europei

 

 

 

2017-10-02T07:30:38+00:00 ottobre 2nd, 2017|Contributi, Proposte|