Lavoro e Welfare – proposta dell’associazione “La casa degli Irochesi” – Approfondimenti

Lavoro, diritto al reddito, pensioni, equità di genere e intergenerazionale

PERCHÉ LE PROPOSTE

  • PREMESSA

1.1.1. Torniamo a parlare di lavoro. Ma occorre riscoprirne il significato. E il valore perduto.

Si parla di programma e si torna a parlare di lavoro, a sinistra. È giusto, era necessario.

Il lavoro si è impoverito. Una gran parte di chi lavora è stata umiliata, le loro capacità e potenzialità oppresse. La loro dignità umiliata.

Eppure, da quando è caduto il Muro e il mondo è diventato globale, ci hanno raccontato che l’economia, finalmente libera, avrebbe girato a pieno ritmo e garantito benessere crescente e ricchezza per tutti.

Invece sono già dieci anni che soffriamo per una crisi di cui non si vede la via di uscita. Per rassicurarci ci dicono che verso il 2025 (!!!) torneremo ai livelli di prima del 2008. Però l’1% più ricco del pianeta è diventato ancora più ricco e le 8 persone in cima alla scala della ricchezza mondiale possiedono un patrimonio pari a quello della metà più povera dell’umanità: 3,26 miliardi di persone.

Che cosa non ha funzionato? Davvero siamo in questa situazione perché lo Stato ha speso troppo e ora ci vuole più austerità? No. La storia è diversa. Vale la pena di ripercorrerla da allora, da quando il mondo è diventato globale. VEDI BOX POVERTÀ – 99%

  • La mondializzazione. La rivincita liberista. La crisi.

La mondializzazione non può spaventarci. Per chi crede nell’uguaglianza, è giusto che gli uomini e le donne abbiano un’unica legge in tutto il pianeta, è una meta da raggiungere, anche per salvarlo. Ma quella a cui abbiamo assistito dopo la fine della divisione in blocchi, gestita dal potere economico all’insegna del liberismo, ha trasformato il sogno in un incubo. È scoppiata la crisi, con la ricchezza nelle mani di pochi e le disuguaglianze alle stelle.

È accaduto perché, alla fine del secolo scorso, il collasso del blocco sovietico ha fornito ai fautori del liberismo l’occasione per un colpo di spugna sul passato, sulle tragedie che avevano segnato la prima metà del Novecento. Quando il liberismo non aveva regalato all’umanità un periodo di pace e prosperità, ma due guerre mondiali e, in mezzo, una depressione simile a quella che viviamo adesso. Economia libera, finanza aggressiva, mercato senza vincoli si erano accompagnati a queste catastrofi.

È stato così che nel secondo dopoguerra si era giunti a un compromesso per limitare gli effetti dannosi del libero mercato. Non era tutto rose e fiori: il mondo diviso in due blocchi ha vissuto sotto la minaccia nucleare mentre il terzo mondo soffriva il sottosviluppo, l’impossibilità di accedere alle condizioni di vita e alle opportunità offerte nei paesi del “primo mondo”. Qui però, nel mondo “privilegiato”, l’economia girava, la ricchezza cresceva e la tecnologia faceva passi da gigante in quasi tutti i campi: questo poteva accadere perché si era arrivati a un compromesso tra lo Stato e il mercato, sulla falsariga di ciò che era stato fatto negli USA, già prima della II guerra, per uscire dalla Grande Depressione: una politica di investimenti pubblici e di controllo del mercato da parte dello Stato. Quella lezione, esportata in Europa con il Piano Marshall, aveva dato i suoi frutti. Anche in Italia, con il boom economico.

Ma i grandi potentati economici mordevano il freno e il compromesso mostrava le sue prime crepe. Li frenava il timore che potesse essere rotto a favore degli ultimi, unito al potere di dissuasione della “coesistenza pacifica” (una pace armata” tra i blocchi). Già negli anni Ottanta il clima però cambia, a partire dal mondo anglo-sassone: una parte della classe media si lascia sedurre dalle lusinghe dei grandi capitalisti e sceglie la destra: la Thatcher in GB, Reagan negli USA. E quando il sistema comunista sovietico implode per le sue contraddizioni interne (autoritarismo, mancata emancipazione del lavoro) il mondo dell’economia e della finanza coglie l’occasione per rompere quel compromesso, rilanciando il primato del mercato, dell’impresa, dei capitali finanziari. A spese dei lavoratori, dei cittadini, della democrazia.

  • Economia di mercato e liberismo contro la democrazia rappresentativa, contro il principio di uguaglianza, contro i diritti del lavoro

La conclusione da trarre dalla lezione della storia è che le leggi del mercato sono in una tensione permanente con quelle della democrazia costituzionale, che poggiano su un valore che il mercato non riconosce: l’uguaglianza di opportunità per tutti i cittadini, come base del loro potere sovrano.

La disuguaglianza che cresce a dismisura non è dunque un fenomeno naturale, come la pioggia dal cielo. Qualcuno (il terzo uomo più ricco del mondo) ha detto che “la lotta di classe esiste da venti anni [dagli anni Ottanta] e la mia classe l’ha vinta”: perché la legge del massimo profitto, una volta archiviate le politiche redistributive, si è imposta nella società e nella politica.

In Italia questo è avvenuto attraverso un processo, non lineare, durato circa venti anni, di svuotamento dello spirito e della lettera della Costituzione, dipinto per giunta come modernizzazione. La Costituzione, “entrata nelle fabbriche” con lo Statuto dei Lavoratori (1970), ne è stata espulsa nel 2014, a conclusone di questo attacco, con la cancellazione dell’articolo 18, la tutela dai licenziamenti senza giusta causa: l’obiettivo dal più alto valore simbolico (ma anche concreto). Con un artificio giuridico (ora, finalmente, all’esame della Corte Costituzionale) perfino i licenziamenti discriminatori sono stati resi non punibili, violando un principio di civiltà sancito nei trattati internazionali.

Con questa rivoluzione all’incontrario, chi lavora non è cittadino/a a pieno diritto. Mettendo la propria forza-lavoro a disposizione di un imprenditore in cambio di una paga, perde i diritti garantiti dalla Costituzione: li mantiene, se ci riesce, in base al suo potere contrattuale. Non solo, ma spogliato/a di questo o quel diritto, in una compravendita regolata solo dal mercato, anche il suo valore economico diminuisce: una spirale perversa di cui non si vede la fine.

Come risultato, nessuna delle tutele è rimasta indenne dalla furia demolitrice. E a questo ritorno al passato pre-liberale hanno perfino voluto dare l’etichetta di “riforma”, squalificando quella che era stata la parola-bandiera della sinistra del compromesso, quella che più si era immedesimata nella dottrina della libertà di impresa e dello Stato minimo e che ora da questo clima politico è rimasta travolta. L’idea della mancanza di alternative (TINA, There Is No Alternative, il motto della Thatcher) è penetrata nella cultura di quella sinistra senza resistenza. Un velo di oblio ha oscurato il ricordo dei disastri che avevano portato a mettere un freno e a ingabbiare il libero mercato.

1.2. IL LAVORO

1.2.1. Gli effetti dell’offensiva contro i diritti del lavoro nel nostro Paese. Un programma per invertire la tendenza

Quali sono stati gli effetti concreti di questo nuovo clima politico nel nostro Paese? Li possiamo riassumere così:

– si sono progressivamente abbassati i salari e i redditi grazie al minore potere contrattuale;

– si sono rese più precarie le condizioni di lavoro (esplosione di contratti temporanei, carriere discontinue, posizioni instabili per facilità di licenziamento), quindi più incerti i progetti di vita

– si sono allungati i tempi di lavoro necessari a mettere insieme un reddito decente, mentre la tecnologia avrebbe consentito di ridurli notevolmente

– si sono mortificate le competenze acquisite, negli studi e negli impieghi precedenti, costringendo a mansioni meno qualificate in nome del bisogno

A fatica, un po’ alla volta, partendo da sottoterra come una talpa, soprattutto grazie alle giovani generazioni che cercavano una risposta credibile ai problemi che li opprimevano, si è fatta strada una proposta alternativa, un’idea di cambiamento (vero, in meglio), un pensiero critico. Ma in Italia il percorso è ancora molto faticoso.

Ecco quindi da dove trae origine il primo punto di un nuovo programma sul lavoro [VEDI PROGRAMMA 1.2.1.]. Non solo ripristinare l’articolo 18 ed estendere le tutele a tutte le forme di lavoro, ma riaffermare il ruolo dello Stato in economia, nelle strategie di sviluppo, nella tutela dei diritti, in particolare per una retribuzione equa e paritaria tra uomini e donne, e nella erogazione dei servizi pubblici: per invertire la tendenza attuale nella distribuzione della ricchezza e rilanciare il tema della giustizia sociale.

A questa pre-condizione segue però un obiettivo in positivo: assicurare a tutti i cittadini un reddito e un lavoro che rendano la loro vita dignitosa.

Anche qui è richiesta una profonda rivisitazione della strategia che ha prevalso, non solo in Italia, dagli anni Novanta. Mettere al centro la libertà d’azione dell’impresa nel mercato, si traduce anche nell’idea che il lavoro esiste se c’è una domanda: un “datore” di lavoro che lo compra (sul mercato). La sua essenza, il suo essere utile e il realizzare la socialità innata di una persona non è rilevante. Non è utile per il lavoratore ma per l’imprenditore che scambia sul mercato il prodotto di quel lavoro e ne ricava denaro.

1.2.2. Riduzione del tempo individuale di lavoro. Tornare all’obiettivo della piena occupazione andando oltre i confini del mercato

La verità è che l’economia di mercato non è in grado di garantire a tutti un lavoro. Una parte rimane invenduta. La piena occupazione perciò si rivela una chimera irrealizzabile. Ma per non smentire dogma liberista si è fatto ricorso a un gioco di prestigio: è sbagliato l’obiettivo, non la teoria. Non si deve puntare alla piena occupazione, ma a quel tanto di disoccupazione che non fa crescere l’inflazione (anche quando, come adesso, i prezzi scendono, grazie alla crisi). Oppure si attribuisce la disoccupazione al progresso tecnologico e si fa un gran parlare del rischio che la sostituzione di lavoro con automi distrugga sempre più posti di lavoro. Ma anche questi discorsi, pur andando oltre gli schemi abituali, risentono di una visione che prende a riferimento non il lavoro in sé (il valore d’uso, sociale), ma il valore di scambio, la sua vendibilità come merce. VEDI BOX RIDUZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO

Una soluzione, che sembra ovvia ma non rientra nelle regole di un’economia di mercato, è quella di ripartire il lavoro (pagato) esistente tra più persone abbassando l’orario di lavoro (annuo) individuale. Facendo attenzione alla fattibilità concreta, è uno strumento utile per contrastare le forme più ingiuste e inefficienti di distribuzione della ricchezza prodotta, a partire dai luoghi di lavoro. Si tratterà tuttavia, di soluzioni parziali, per quanto complesse, perché, non uscendo dal quadro che individua nel mercato l’unico ambito in cui si crea lavoro, presenta limiti da non trascurare [VEDI PROGRAMMA 1.2.2.].

Dobbiamo affrontare in termini nuovi il tema della politiche del lavoro, fuori dallo schema per cui la persona senza un lavoro, per quanto possa rendersi utile agli altri, non pagato – nell’ambito familiare, nel volontariato, nell’attività politica o sindacale – o pagato fuori dal mercato – nell’economia sommersa se non in quella criminale – è “fuori”. O uno scartato, o uno scansafatiche.

Torniamo così a fare i conti con la tensione tra liberismo e democrazia. La libertà, e la parità dei diritti, solennemente affermata per il cittadino, non vale quando si tratta di una persona che non ha un lavoro (pagato) o non l’ha ancora trovato. Anzi, proprio i paesi dove è più esaltata l’intraprendenza individuale hanno escogitato per primi una misura che nega quella libertà. I destinatari di un sussidio al reddito – per mancanza di un lavoro – sono affidati a una rete di pubblici funzionari, che lo “prendono in carico” indicando quale lavoro può/deve fare. Fino al caso di paesi che, con meno scrupoli di coerenza, arrivano a vietare al beneficiario di un sussidio qualunque forma di attività.

1.2.3. Lavoro per tutti e reddito di dignità: due obiettivi convergenti, realizzabili.

Esiste un modo alternativo a quello immaginato dal compromesso socialdemocratico per dare soluzione al problema della piena occupazione? Che è, detto in altri termini, il problema del lavoro e dei mezzi economici per una vita dignitosa, da considerare, tutti e due, diritti individuali della persona.

Esiste. Ma siamo chiamati a fare un passo in più pensando a tutta la vasta area di persone che un lavoro non ce l’ha, e ha perfino rinunciato all’idea che valga la pena di cercarlo: non accettare di restare chiusi nel dilemma (che, se guardiamo alla realtà con occhi sgombri da pregiudizi ideologici, dobbiamo considerare insensato) tra l’assicurare a tutti un reddito ovvero un lavoro.

Dobbiamo invece proporci di assicurare a tutti i cittadini un reddito e un lavoro che rendano la loro vita dignitosa, smentendo una volta per tutte il credo liberista, secondo cui si tratterebbe solo di un’utopia irrealizzabile. VEDI BOX MERCATO E PIENA OCCUPAZIONE

Per arrivare a questo risultato occorre però pensare in grande. Perché stiamo parlando di una vera grande riforma che tocca i rapporti di lavoro, i servizi per il lavoro, il welfare locale (dall’assistenza sociale alla sanità) toccando quindi sia il livello comunale che quello regionale. Una riforma che andrebbe in direzione diametralmente opposta a quella, accentratrice e autoritaria, bocciata dagli elettori il 4 dicembre.

Inutile illudersi che possa trattarsi di un lavoro semplice e di breve periodo. Già da ora si possono però delineare alcuni capisaldi in linea con questa visione, primi passi concreti in questa direzione

[VEDI PROGRAMMA 1.2.3.].

“Non ci sono i soldi”, è la risposta standard dei teorici del TINA (vedi sopra). Ci sono, invece.

Naturalmente, per qualcuno che guadagna, qualcun altro finirà per pagare. L’importante è che gli oneri siano ripartiti nel modo giusto. Costituzionalmente corretto, ma anche economicamente più efficiente.

“Non esistono pasti gratis” teorizzano i fanatici del libero scambio. Ed è vero. Ma nessuno può aspirare a pagarsi più di un pranzo nello stesso momento, a scapito di chi non se ne può pagare neanche uno.

1.3. IL WELFARE

1.3.1. Cominciamo dalla fine: “lo Stato non può farcela”

Cominciamo dalla fine, cioè dalla dichiarazione che il Presidente del Consiglio Gentiloni ha rilasciato in data 1 settembre 2017, pochi giorni dopo aver varato il provvedimento sul c.d. reddito di inclusione, di cui parleremo più avanti.

Contro la povertà lo Stato da solo non ce la può fare. E’ necessario il contributo del volontariato e della beneficenza privata”. Questa dichiarazione è molto importante perché sottintende due assunzioni ideologiche, che esplicitano la posizione del Governo e del partito di maggioranza:

  • Affermare che lo Stato, ordinamento giuridico corrispondente ad un ordinamento economico, “non può” farcela a gestire e risolvere il problema della povertà implica considerare la povertà come una variabile indipendente, rispetto al sistema di cui lo Stato è espressione. L’abbiamo sentita ripetere mille volte. Eppure in altri casi l’atteggiamento è stato e continua ad essere completamente diverso: come per il problema dei flussi migratori, che sono davvero una variabile esogena (almeno nel breve periodo), su cui si è chiesto il coinvolgimento dell’Europa; o degli eventi sismici, che accadono al di fuori di ogni controllo umano, per i quali “lo Stato c’è”, “le risorse per la ricostruzione ci sono”, etc. (ed è corretto, essendo lo Stato l’unico e diretto responsabile per il territorio. Così il Presidente Mattarella che è andato più volte a rappresentare lo Stato sui luoghi del terremoto, non è mai andato nelle situazioni di povertà più visibile, quasi a ribadire l’estraneità rispetto a una responsabilità obbligatoria dello Stato. C’è poco da commentare: è una visione di destra, addirittura ottocentesca.
  • Fare appello a volontariato e beneficienza, e non, per esempio, a un sistema assicurativo comunque strutturato (misto o addirittura tutto privato) implica accettare l’idea che la povertà sia una variabile, oltre che indipendente, residuale nel sistema socio-economico. Significa affidarsi a comportamenti opzionali, legati alla disponibilità morale e materiale degli attori. La loro entità dunque non è mai certa e se è insufficiente la povertà non è assistita. Ai poveri resta solo la pazienza.

 

1.3.2. Il ruolo del Terzo Settore. Importante: ma non è lo Stato. Tornare alla Costituzione, per attuarla

Il Presidente del Consiglio aveva forse in mente la riforma del Terzo Settore, (D.Lgs. 117/17), ora in attesa dei decreti attuativi. Ma dall’impianto si capisce:

  • che lo Stato (raccogliendoli dalla beneficienza defiscalizzata, che così si depotenzia nei territori) verserà soldi non a chi ne ha bisogno, ma ad enti di natura privata, cui spetterà di selezionare i beneficiari;
  • che tali enti – del Terzo Settore, propriamente detti, o Associazioni (di Volontariato, di Promozione Sociale) risultanti da loro aggregazioni – possono avere fini mutualistici. Con un ritorno indietro, alle radici corporative dell’assistenza pre-riforma del 1978, se non alle associazioni di mutuo soccorso di ottocentesca memoria.

La Costituzione però va in un’altra direzione, mentre il Partito di maggioranza:

  • avendo dovuto rinunciare a modificarne la parte che definisce l’impianto dello Stato democratico (non senza lasciarsi dietro disastri, vedi la pseudo-abolizione delle Province);
  • avendo capito che modifiche in senso liberista tipo l’abolizione, dal notevole valore simbolico, del vincolo per l’impresa (art. 42) di non contrastare l’utilità sociale non sono gradite neanche alla parte di imprenditori che vuole sì mano libera nel mercato del lavoro, ma continuando ad essere considerata meritevole di sostegno pubblico;

ha preferito continuare ad aggirare la Costituzione (vedi i fondi pubblici per la scuola privata versati alle famiglie che si iscrivono) o a disattenderla (vedi la mancanza di progressività del regime fiscale) o perfino usarla per coprire il mantenimento, gattopardesco, dello status quo (perché è la più bella del mondo ma mostra il segno degli anni, nelle leggi che ne danno applicazione.

Di non abbienti e indigenti parla la Costituzione in più parti: per garantire loro il gratuito patrocinio (art. 24); per assicurare il mantenimento e l’assistenza sociale per la condizione di inabilità al lavoro, in quanto associata all’indigenza (art. 38); e soprattutto là dove, nell’ambito del diritto alla salute, si dice che la Repubblica garantisce cure gratuite agli indigenti (art. 32). Un articolo, quest’ultimo, cui è stata data attuazione in senso universalistico con la riforma del Servizio Sanitario Nazionale del 1978. Ma negli anni recenti si è tornati indietro mettendo in discussione la totale gratuità VEDI BOX SANITA’

1.3.3. Il welfare previdenziale alla prova della crisi. E della compressione dei redditi da lavoro, grazie al Jobsact

Se salta, con il Servizio Sanitario Nazionale, l’unica parte di welfare autenticamente generalista, salta anche il più forte baluardo, morale e materiale, alla concentrazione del reddito, che a questo punto viene assunta come data, con la povertà considerata, appunto, variabile indipendente. Un approccio corroborato anche dalle annose discussioni sul sistema pensionistico, e sulla presunta contrapposizione tra sistema contributivo e sistema retributivo VEDI BOX PENSIONI.

Ma perché in Italia manca un welfare generalista di sostegno al reddito? Nel secondo dopoguerra, nella neonata democrazia italiana, è stata determinata da una convergenza di interessi diversi: l’attenzione si concentrò sul sostegno al lavoro e, per favorire la riconversione dell’industria verso produzioni da tempo di pace, fu messa in campo la Cassa Integrazione Guadagni, che doveva, in via provvisoria, sollevare le imprese dal pagamento dei salari in periodi di crisi di mercato (Ordinaria) o di riorganizzazione interna (Straordinaria) senza cancellare posti di lavoro VEDI BOX AMMORTIZZATORI SOCIALI.

Il quadro del sostegno al lavoro (e non al reddito, chiamiamolo per quello che era) si completa con un sussidio di disoccupazione, ovviamente su base contributiva, tra i più limitati del panorama europeo. Finito il sussidio, il nulla: ovvero interventi ad personam a sostegno dell’indigenza a carico dei servizi sociali locali o di enti di beneficienza. I poveri erano già allora fuori del sistema.

E venne il JobsAct. Ovvero quello che da anni le associazioni imprenditoriali chiedevano insistentemente di introdurre, la cui mancanza, a loro dire, era il vero ostacolo agli investimenti, alla nascita di nuove imprese, alla creazione di nuovi posti di lavoro: la libertà di licenziare. Il Governo (Renzi) ha fatto anche di più: abbattimento dei limiti per il ricorso a contratti a termine, “voucher” peri lavori occasionali, a cui si sono aggiunti robusti premi fiscali triennali per le nuove assunzioni (non nuovi posti di lavoro, ma per il Governo faceva lo stesso).

Ma serviva intervenire così drasticamente nel mercato del lavoro? Per riuscire a sostenere l’occupazione in termini proporzionali ai sacrifici salariali, no. Per liberare risorse per gli investimenti? Non è servito neanche a quello.

VEDI BOX EFFETTI ECONOMICI E SOCIALI DEL JOBSACT.

1.3.4. È ora di introdurre una misura di sostegno al reddito di carattere universale

Perché la riforma del welfare è irrinunciabile e non più rinviabile Prima di tutto, per rendere sopportabile il Jobsact, sia dal punto di vista economico (la compressione dei redditi da lavoro impedisce alla domanda interna di ripartire), sia dal punto di vista sociale (la concentrazione dei redditi pesa soprattutto sui giovani, abbattendo le loro prospettive, con conseguenze di disagio sociale già osservabili, come indica ad esempio l’alto tasso di abbandono scolastico e la diminuzione degli accessi all’università). Ovviamente anche il Jobsact va riformato, a partire dagli aspetti di iniquità più evidenti (vedi sopra § 1.2.1. ). Ma, anche riuscendo ad attuarli si tratterà necessariamente di cambiamenti graduali. C’è poi da prendere in considerazione il cambiamento strutturale della natura e del ruolo del lavoro nei processi produttivi, come conseguenza dell’innovazione tecnologica.

Da dove iniziare? Da sinistra, naturalmente. Cominciando a spazzare questo approccio pauperista dei vari “reddito di inclusione”, “reddito di dignità”, “reddito di garanzia”, purché minimo. Minima è l’assunzione di responsabilità dell’Italia anche rispetto alle politiche di inclusione europee, le cui linee risalgono al 2011 e hanno come orizzonte di applicazione il 2020, che solo oggi trovano una tardiva quanto limitatissima applicazione.

I punti da tenere fermi in una prospettiva tendenziale sono due:

  • tutti i cittadini (e i residenti con permesso di soggiorno lungo o carta di soggiorno) hanno diritto a una qualità della vita che li garantisca dalla povertà, dall’esclusione scolastica, dalle difficoltà di preservare e curare la propria salute, dall’emarginazione sociale, indipendentemente dall’età, dal genere, dalle opinioni.
  • tutti i cittadini (e i residenti con permesso di soggiorno lungo o carta di soggiorno) hanno diritto di promuovere la propria condizione personale, economica e sociale attraverso l’apprendimento, lo studio, la ricerca e la partecipazione al mercato del lavoro.

I diritti sono tutelati e promossi dalla Stato, che ce la “deve” fare.

Cosa fare? Tenendo presente gli obiettivi, ma anche i vincoli derivanti dalla finanza pubblica, non si potrà che procedere gradualmente. E non si potrà prescindere da questo:

TAB: Serie Povertà assoluta, povertà relativa in Italia 2013-2016 (dati ISTAT)

Pov. assoluta Pov. assoluta Pov. relativa Pov. relativa
       Incidenza

Anni

Famiglie % Individui   %

Valori assoluti

Famiglie % Individui %

Valori assoluti

 

2013

7,9 9,9

6.020.000

12,6

 

16,6

10.048.000

 

2014*

5,7 6,8

4.102.000

10,3 12,9

7.815.000

 

2015

6,1 7,6

4.598.000

10,4 13,7

8.307.000

 

2016

6,3 7,9

4.742.000

10,6 14,0

8.465.000

  • Nel 2014 è cambiato il metodo di rilevazione

Un rapido commento alla tabella che evidenzia come, nonostante il “belletto” statistico del 2014 (si è passati a considerare la spesa complessiva, invece che solo la spesa per consumi, così che, per esempio, chi pagasse le rate di un mutuo, si è trovato automaticamente più “ricco”), la povertà, sia assoluta che relativa, sia tornata ininterrottamente a crescere: come non pensare al Job Act e ai relativi tagli ai già insufficienti sussidi disoccupazione, comunque denominati? I valori assoluti ci mostrano che la povertà investe maggiormente le famiglie con più componenti, e quindi certamente i minori, cioè il futuro del Paese. L’entità delle variazioni ci dice, infine, che il fenomeno non è certamente da collegarsi all’incidenza dell’immigrazione.

La soglia di povertà assoluta in Italia varia a seconda della dislocazione geografica e della grandezza del comune di appartenenza. Per dare un’indicazione: nel 2016 in comune medio-grande (50.000-250.000) del Centro Italia, l’ISTAT fissa la soglia per una famiglia di una persona a €595,12 mensili, per una famiglia di due persone a €764,29. Per capire l’ordine di grandezza e la capacità di incidenza delle recente misure varate, il Reddito di Inclusione del Governo Gentiloni è destinato a famiglie con reddito ISEE inferiore a €6000 annui e avrà un importo tra i 190 e i 485 euro per un massimo di 18 mesi. La graduatoria terrà conto della numerosità della famiglia richiedente. Dati i limiti delle somme complessivamente stanziate, la misura potrà interessare solo il 38% delle famiglie in povertà assoluta.

L’Alleanza contro la Povertà, il gruppo di intervento sociale fondato da ACLI e Caritas nel 2013 a cui si fa espressamente riferimento nel decreto, calcola che per un intervento incisivo occorrano ulteriori 5 milardi di euro.

Destinato poi a restare sulla carta è il “Progetto personalizzato” di reinserimento, a cui il soggetto richiedente dovrebbe poter accedere con il supporto dei Servizi Sociali, ormai ridotti ai minimi termini dai numerosi tagli intervenuti sulla spesa sociale. Per loro, il Decreto stanzia 550.000.000 in tre anni: ovvero un inutile “quasi niente”, che andrà probabilmente sprecato.

Come fare? La risposta a questa domanda riguarda due aspetti: le fonti di finanziamento e gli esiti attesi.

Cominciamo dagli esiti: la maggior parte dei poveri è composta da persone disoccupate o sottooccupate. Il superamento di tale condizione implica la creazione di occasioni di lavoro: si può pensare che qualche “progetto personalizzato” abbia la fortuna di sfociare in piccole attività artigiane, ma non ha molto fondamento sperare che tali occasioni vengano create dalle imprese private, per quanto incentivate. Abbiamo l’esperienza recente degli incentivi collegati al Job Act, ma se andiamo più indietro nel tempo dobbiamo riscontrare che l’Italia è sempre stata (ed è tornata ad essere) un paese di emigrazione perché il capitale privato non è mai stato in grado di creare posti di lavoro sufficienti ad assorbire la forza lavoro disponibile. L’unico periodo in cui i flussi migratori si sono fermati è stato l’ultimo ventennio del secolo scorso, quando lo Stato ha svolto la funzione di “occupatore di ultima istanza”, fino a superare il limite delle proprie risorse. Quel modello non è ripetibile, né auspicabile, ma testimonia di una carenza strutturale dell’economia italiana che sarebbe ora di tornare a considerare seriamente. Ma si potrebbe approfittare delle possibilità offerte dalla “clausola delle riforme strutturali” per fare investimenti in settori di base fortemente innovativi (modello americano, come ha efficacemente indicato Marianna Mazzucato), affiancati da percorsi di alta formazione in cui coinvolgere giovani laureati da strappare all’emigrazione. Non solo ENI, ENEL e Fincantieri, insomma, a costituire floride realtà, attrattive di capitale estero; e investimenti con un occhio appena più lungo di quello elettorale.

Per l’intervento immediato, invece, per dare il segno della presenza di uno Stato davvero attivo nel garantire i diritti costituzionali e sperare anche di produrre un impatto riscontrabile nel sistema socio-economico nazionale, la platea iniziale di riferimento dovrebbe essere quella delle famiglie sotto la soglia di povertà relativa: ovvero quelle famiglie dove due persone dispongono complessivamente di una capacità di spesa inferiore alla spesa media individuale per consumi (definizione ISTAT).

Tra i modelli di reddito minimo già applicati in realtà locali e regionali, e quindi immediatamente trasportabili a livello nazionale, è quello della Provincia Autonoma di Trento a godere di una più lunga e positiva sperimentazione, (tanto che ora lo stanno adeguando rispetto agli obiettivi già raggiunti): basterebbero pochi, marginali adeguamenti. [VEDI PROGRAMMA 1.2.4.].

Così, nel 2014 l’ISTAT indicava per il Trentino un 4,9% di famiglie al di sotto della soglia di povertà relativa, mentre per il 2015 1 il 2016 non pubblica il dato perché il campione di riferimento non è (più) statisticamente significativo. L’effetto è stato prodotto impegnando lo 0,1% del PIL provinciale: facendo le debite proporzioni, a livello nazionale si dovrebbe impegnare almeno lo 0,3% del PIL, cioè circa 5 miliardi di euro (vedi box).

 

 

 


 

APPROFONDIMENTI

 

BOX N. 1

UN’ECONOMIA PER IL 99% (dal rapporto OXFAM 2017)

Sono passati quattro anni da quando il Forum Economico Mondiale ha identificato nella crescente disuguaglianza economica la maggiore minaccia alla stabilità sociale, tre da quando la Banca Mondiale ha associato il proprio obiettivo di eradicazione della povertà alla necessità di promuovere la prosperità condivisa.

Da allora, nonostante i leader mondiali abbiano sottoscritto tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, anche quello di riduzione della disuguaglianza, il divario tra i ricchi e il resto dell’umanità si è allargato. Non si può continuare di questo passo. Come dichiarato dal Presidente Obama nel settembre 2016, in occasione del suo ultimo discorso di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, “un mondo in cui l’1% dell’umanità controlla la stessa quantità di ricchezza del restante 99% non sarà mai stabile”. La crisi globale della disuguaglianza prosegue tuttavia senza tregua:

– Dal 2015 l’1% più ricco dell’umanità possiede più ricchezza netta del resto del pianeta

– Oggi otto persone possiedono tanto quanto la metà più povera dell’umanità

– Nei prossimi 20 anni 500 persone trasmetteranno ai propri eredi 2.100 miliardi di dollari: è una somma superiore al PIL dell’India, Paese in cui vivono 1,3 miliardi di persone

– Tra il 1988 e il 2011 i redditi del 10% più povero dell’umanità sono aumentati di meno di 3 dollari all’anno mentre quelli dell’1% più ricco sono aumentati182 volte tanto

– Un AD di una delle 100 società dell’indice FTSE guadagna in un anno tanto quanto 10.000 lavoratori delle fabbriche di abbigliamento in Bangladesh

Negli Stati Uniti, secondo le nuove ricerche condotte dall’economista Thomas Piketty, negli ultimi 30 anni i redditi del 50% più povero sono cresciuti dello 0%, mentre quelli dell’1% più ricco sono aumentati del 300%In Vietnam la persona più ricca del Paese guadagna in un solo giorno più di quanto la persona più povera guadagna in 10 anni

 

BOX N. 2

 

I LIMITI DI FONDO DELLA STRATEGIA DI RIDUZIONE GENERALIZZATA DEL TEMPO ANNUALE DI LAVORO.

Pur trattandosi di una strategia da perseguire nell’ottica di questo programma, è bene avere chiari quali sono i limiti che comporta. Perché, anche se affiorano nella letteratura sull’argomento, non vengono sempre collocati in un quadro sistematico e questa debolezza rischia in genere di ripercuotersi negativamente sull’efficacia delle proposte.

In primo luogo, dovrebbe essere evidente che una strategia di riduzione dell’orario di lavoro non funziona se non è accompagnata da un innalzamento dei redditi da lavoro e più in particolare della retribuzione oraria media. Lavorare meno ore a parità di salario può apparire utopistico: ridurre l’orario di lavoro riducendo proporzionalmente il salario è però inaccettabile per chi in questo modo scivola al di sotto della soglia di povertà.

A ciò si aggiungono altri fattori ostativi: vincoli tecnologici-organizzativi, non sempre superabili e mai trascurabili, e vincoli soggettivi, che vanno dalle preferenze individuali (un lavoro che piace occupa una quota maggiore del tempo di vita senza che questo si possa impedire per editto), alle responsabilità che un lavoro può comportare verso terzi (individui, gruppi, comunità di appartenenza) in termini a cui non si può rispondere “a orario”.

Tenendo conto di questi limiti una strategia di riduzione massiccia del tempo di lavoro è perseguibile, ma deve andare di pari passo con una strategia dal lato della domanda di lavoro che porti non solo ad aumentare la ricchezza prodotta (per il mercato) ma anche a sovvertire i meccanismi distributivi sin nelle fasi che vanno dal ciclo della produzione a quello della distribuzione. Dalla rottura del modello del comando “scientifico” nel fordismo-taylorismo fino al rovesciamento di quello basato sull’autosfruttamento che si è diffuso in gran parte dell’e-commerce e dell’internet-economy in genere.

La fattibilità concreta la strategia di riduzione del tempo di lavoro richiede dunque una serie di misure su una serie di piani concatenati, che devono essere studiate e testate in dettaglio per non ripetere gli errori di ideologismo astratto o di approssimazione tecnica che hanno ne hanno indebolito la credibilità in passato.

BOX N. 3

 

1.2.3. LA RINUNCIA ALL’OBIETTIVO DELLA PIENA OCCUPAZIONE E LA STRATEGIA DELLA FLEXICURITY

Per spiegare, in sintesi, il rapporto tra sviluppo tecnologico e dinamica dell’occupazione, si deve partire dalla considerazione che l’impiego più profittevole di un capitale si ha con l’introduzione di un prodotto nuovo (finché la concorrenza non ne livella il prezzo) o di un processo più efficiente (finché la concorrenza non livella il costo). Se l’espansione prodotta dal primo movimento è più veloce della espulsione di lavoro indotta dal secondo il saldo dell’occupazione resta positivo. Ma sin dai primordi del capitalismo mercantile si è assistito a un progresso tecnologico impetuoso (sia pure a ondate) che non può trovare riscontro in un’analoga espansione dei bisogni, per quanto possano essere sospinti anche artificialmente (il c.d. consumismo). L’effetto combinato di questi movimenti e dei limiti (oggettivi o soggettivi) della riduzione del tempo di lavoro determina l’incapacità del mercato di garantire la piena occupazione, che dipende solo in parte dalle dinamiche inflattive (in questa fase, peraltro, ci troviamo a fare i conti, nel continente europeo, con una deflazione accompagnata da disoccupazione crescente).

Il mercato presenta dunque un limite strutturale per cui, anche in assenza di insuccessi imprevisti o di malfunzionamento delle sue dinamiche “normali”, non può assicurare un lavoro a tutta la popolazione. Lo si dà perfino per scontato, al punto che si è arrivati a considerare la piena occupazione come una chimera irrealistica, quasi fosse una legge naturale. Quando sarebbe invece normale che in una società fossero tutti disposti a fare qualcosa per gli altri (in cambio di un accesso ai beni offerti dal mercato). Perché non dovremmo vivere in una società in cui questa possibilità sia data a tutti?

Invece, di fronte all’impossibilità della piena occupazione in un’economia di mercato, di quell’obiettivo non si parla nemmeno più e se ne escogita un altro, limitare la disoccupazione al livello “funzionale”, una categoria del tutto nuova: qual è il significato? Il livello al di sotto del quale si rischia un eccesso di inflazione. Ha anche un nome, NAIRU (Not Accelerating Inflation Rate of Unemployment = tasso di disoccupazione tale da non accelerare l’inflazione).

Questo schema è talmente radicato, che si traggono conseguenze paradossali come se fossero naturali. Chi è senza lavoro è stato scartato perché non risponde alla domanda del mercato anche se non è affatto uno scansafatiche. Anzi, se quella persona si rende utile agli altri (perfino quando lavora in nero: illegale, ma utile e pagato, sia pure con un danno per la comunità). Nel caso di una donna, specie se madre di figli in età pre-scolare o in nucleo familiare con persone non autosufficienti, il carico lavorativo è certamente maggiore di quello sopportato in media dai lavoratori retribuiti. C’è dunque domanda per le sue prestazioni, ma non pagante. O (vedi lavoro nero) fuori dalle regole.

Questo presupposto ideologico è anche alla base del sistema assicurativo su cui si regge il sostegno al reddito dei disoccupati: chi non ha lavoro ha certamente una colpa. Che sia privo di spirito di intraprendenza, o scansafatiche, o un caratteraccio asociale, è quella colpa a farlo rimanere impelagato nel serbatoio di riserva che si alimenta con l’”attrito frizionale”, che fisiologicamente si forma nel ciclo periodico della domanda e dell’offerta. Allargandosi un po’ nei periodi di crisi per assottigliarsi (fino a innescare una pericolosa inflazione) in quelli di crescita.

 


 

BOX N. 4

RINVIA AL PUNTO 4. Diritto alla salute e potenziamento della prevenzione; accesso alla diagnostica genetica e alle cure più all’avanguardia

L’ARTICOLO 38 DELLA COSTITUZIONE. LA RIFORMA DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE DEL 1978 E LA SUA INVOLUZIONE

Dell’articolo 38 della Costituzione, con l’Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978, si è data una chiara interpretazione: agli indigenti si garantiscono gli stessi servizi sanitari che ai cittadini del ceto medio basso, medio-alto, ecc.; e su tutto il territorio nazionale. Non a caso, l’unica misura di welfare di stampo europeo, e l’unica su base generalista, porta i poveri “dentro” il sistema e garantisce loro una sostanziale uguaglianza nell’esercizio del diritto alla salute. Contestualmente, per inciso, promuove un servizio sanitario considerato tra i migliori del mondo.

Ma poi…

Sono arrivati gli appetiti dei ceti politici locali, della classe medica, delle associazioni private di assistenza, cooperative sociali in testa. Sono naturalmente anche cambiate le esigenze di una popolazione che negli ultimi vent’anni ha visto un significativo prolungamento dell’età media. Contestualmente, sull’onda della “globalizzazione” e della crisi internazionale che ne è seguita, anche nel nostro Paese ha prevalso un approccio di tipo neoliberista, peraltro molto funzionale agli affanni del bilancio pubblico.

Risultato, in sintesi: la gratuità dell’esercizio del diritto alla salute è stata messa in discussione e, nei fatti, negata. Una privatizzazione strisciante si è insinuata nell’offerta di servizi sanitari, per giunta disomogenea sul territorio nazionale, che troverà probabilmente una sua codificazione nella citata “Riforma del Terzo Settore”. L’accesso ai servizi di fatto risulta già oggi legato al reddito degli utenti attraverso i ticket, che rendono appetibile l’offerta privata per gran parte del ceto medio; mentre per i poveri si va configurando un servizio pubblico dedicato, magari integrato dal privato “volenteroso” e “benefico”.

È così del tutto stravolta l’interpretazione dell’art.38 della Costituzione. I poveri sono fuori dal sistema e diventano automaticamente anche emarginati, oggetto di misure specifiche, disuguali in proporzione alla loro disuguaglianza. “Lo Stato da solo non ce la può fare”. E il Presidente Mattarella non li va a visitare.

BOX N. 5

 

IL SISTEMA PENSIONISTICO IN ITALIA

Tutti i sistemi europei sono contributivi, nel senso che sono alimentati dai contributi dei lavoratori, proporzionati alle retribuzioni; tutti, nella gestione di cassa, sono anche retributivi, nel senso che il flusso di pagamenti correnti, così alimentato, se non coincide con le prestazioni da assicurare in relazione alle retribuzioni, viene integrato dallo Stato. Con l’aumento dell’età media e la diminuzione dei salari (già prima della crisi) e relativa contribuzione, tutti i sistemi sono andati in uno squilibrio strutturale, tendenzialmente crescente a cui si è risposto (per esempio in Germania, ma non solo) con l’aumento dell’età pensionabile e l’incentivazione del cosiddetto Second Pillar, ossia di un accantonamento integrativo attraverso Fondi privati. Ma il resto del sistema welfaristico di sostegno al reddito non è stato smantellato (semmai contenuto là dove copriva sontuosamente il fabbisogno, come in Germania e in Francia) ed è stato chiaro ai politici che il riequilibrio sarebbe passato anche per un aumento delle retribuzioni, appena ce ne fossero state le minime condizioni. Cosa che, proprio in Germania, sta cominciando a verificarsi: perché un Second Pillar ha senso ed è praticabile solo se, a monte, c’è un First Pillar dignitoso.

E in Italia? Come sempre, tutti più realisti del re. Perciò dagli al pensionato, con una particolare enfasi sui poveri nonnetti che si stanno mangiando il futuro dei nipoti. E dagli anche al nostro sistema pensionistico, che sarebbe stato troppo premiante. Dimenticando che, in assenza di un welfare di sostegno al reddito, presente in tutti gli altri grandi paesi europei, le pensioni sono state per decenni utilizzate come ammortizzatori sociali, con l’abuso dei “pre-pensionamenti”, per consentire alle imprese di gestire le crisi occupazionali, senza subirne i contraccolpi economici e sociali. Schiere crescenti di cinquantenni, con una prospettiva di vita di oltre trent’anni, sono così state portate a gravare sulle spalle della contribuzione di chi restava nei processi produttivi: una redistribuzione tra poveri, tra lavoratori ed ex lavoratori, con eventuale integrazione dello Stato. Tuttavia, dato che all’interno del bilancio dell’INPS la distinzione tra previdenza e assistenza è solo nominale, anche le eventuali integrazioni avevano ed hanno come prima fonte di finanziamento contributi (diversi) dei lavoratori.

Per invertire la tendenza alla crescita della spesa pensionistica, oltre alla procrastinazione dell’età del pensionamento per le generazioni in età produttiva dal 2012 in poi, si è irrigidita la relazione tra contributi versati e ammontare della pensione, cancellando da un giorno all’altro il diritto a mantenere il livello di vita il più prossimo possibile a quello raggiunto alla fine della carriera lavorativa. Così chi è stato mediamente povero nel corso della vita, da pensionato sarà ancora più povero, con tanti saluti al First Pillar; e per il Second Pillar, sempre che possa permettersi di versare contributi aggiuntivi, dovrà accontentarsi dei fondi previsti dalla contrattazione sindacale. Mentre chi è stato mediamente ricco, potrà garantirsi una vecchiaia più che benestante, avendo da scegliere tra investimenti più remunerativi. Tutto ciò è stato presentato dalla narrazione socio-politica nazionale come “conflitto intergenerazionale”, probabilmente per evitare che venisse in testa a qualcuno che, in realtà, il conflitto vero è tra ricchi e poveri, e non solo sulle pensioni.

 

 

BOX N. 6

 

IL SISTEMA DEGLI AMMORTIZZATORI SOCIALI IN ITALIA

Per il finanziamento della Cassa Integrazione Guadagni, che, ricordiamolo, doveva essere uno strumento provvisorio per sollevare le imprese dal pagamento dei salari in periodi di crisi di mercato, tutte le imprese e tutti i lavoratori, per garantirsi l’accesso alla misura in caso di necessità, dovevano corrispondere contributi in percentuale sui salari. Come spesso accade in Italia, il provvisorio diventa definitivo, anche perché un particolare nella procedura per l’accesso l’ha resa particolarmente gradita anche alla sinistra: per richiederne l’applicazione, le imprese devono avere il preventivo assenso dei sindacati che, a lungo, ne hanno fatto il principale strumento di contrattazione aziendale.

Dal punto di vista del finanziamento, poi, il bilancio della Cassa si è sempre mantenuto in attivo, almeno fino a quando, con la crisi internazionale, è stato consentito l’accesso “in deroga” alla misura anche alle imprese non tenute al versamento di contributi (quelle industriali con meno di 15 dipendenti e tutte quelle non industriali). Attualmente la deroga è sospesa, ma non ci si pone il problema di superare uno strumento che ha prodotto danni al sistema economico senza contribuire a risolvere i problemi del mercato del lavoro.

Tra i danni provocati dalla CIG, il primo da citare, ancorché poco evidenziato, è la distorsione che nei decenni ha provocato all’interno del sistema produttivo: tutte le imprese pagano i contributi, ma quelle più efficienti non usufruiscono della misura; mentre quelle inefficienti, non in grado di superare una crisi di mercato, ne usufruiscono, magari ripetutamente e restano a galla nonostante la crescente inefficienza. La loro permanenza assistita nel mercato contribuisce inoltre a frenare la nascita e l’ingresso di nuove imprese. Un meccanismo di selezione avversa che ha operato per decenni, contribuendo all’inefficienza del mercato del lavoro, a torto attribuita alle tutele contro i licenziamenti facili (vedi art. 18). Alle imprese conveniva tenersi gli insider piuttosto che assumere e i lavoratori, essendo la loro speranza reddito fondata esclusivamente sulla continuità lavorativa, restavano ancorati ad imprese inefficienti con le immaginabili conseguenze sui livelli della produttività di sistema.


 

BOX N. 7

 

GLI EFFETTI ECONOMICI E SOCIALI DEL JOBSACT

Proviamo a dare un’occhiata agli effetti sull’economia e in particolare sull’occupazione del Jobsact.

Nel 2014 (prima del JobsAct) il tasso di disoccupazione tocca il valore record di 12,9%; il tasso di disoccupazione giovanile supera il 42%; gli occupati sono 22.216.000. A settembre 2017 il tasso di disoccupazione si attesta all’11,3%; il tasso di disoccupazione giovanile è al 35,5%; gli occupati sono 23.063.000. Dunque, è costato allo Stato 25 miliardi solo di sgravi fiscali, ma ha funzionato? Ha ragione Renzi a vantarsi di aver creato un milione di posti di lavoro? Non proprio: quanti sono i nuovi occupati? Il dato tendenziale rispetto al 2016 ci dice che i lavoratori dipendenti nuovi occupati sono aumentati di 378.000 unità, ma di queste solo 92.000 hanno un contratto a tempo indeterminato; mentre ben 286.000 hanno contratti a termine che, per definizione, non danno alcuna certezza di trasformarsi in “nuovi posti di lavoro”.

Come stanno le cose, allora? Sul numero degli occupati (e sul tasso di disoccupazione) influisce molto il prolungamento dell’età lavorativa, ormai entrato a regime. I nuovi contratti risentono invece positivamente della ripresa delle esportazioni, agganciate alla crescita ormai robusta dell’economia tedesca; ma gli imprenditori che hanno bisogno di nuova occupazione e assumono giovani, lo fanno ovviamente alle condizioni per loro più vantaggiose, ricorrendo prevalentemente ai contratti a termine, con la solita logica di puntare alla concorrenza sui prezzi, come conferma il persistente stallo degli investimenti. E’ evidente che le richieste delle imprese in merito alla regolazione del mercato del lavoro miravano solo (ma qualcuno è sorpreso?) a recuperare margini di profitto dalla compressione dei costi. Perché un effetto certo il Job Act l’ha avuto: la liberalizzazione dei salari, mai così bassi, soprattutto all’ingresso. La conseguenza macroscopica di tutto ciò è che siamo tornati ad essere un paese di emigranti, con numeri che ricordano gli esodi degli anni ’50. Come allora, se ne vanno soprattutto i giovani; ma oggi sono laureati e, a differenza di allora, partono prima di avere messo su famiglia. Non è perciò il caso di aspettarsi rimesse a rimpinguare la bilancia dei pagamenti. La stima del Centro Studi Confindustria è che l’emigrazione degli “under 40” stia costando al Paese un punto di PIL all’anno.

Del resto, anche le organizzazioni internazionali ora spingono perché “si completino” le riforme: efficientamento della Pubblica Amministrazione, ossia investimenti mirati alla sua riqualificazione; sostegno alla produttività dei servizi privati, cioè liberalizzazione delle professioni; e, naturalmente, il welfare. Tutti interventi che il Governo e la maggioranza non hanno la minima intenzione di fare. La scusa è sempre lì, i conti pubblici; ma, per cominciare, quest’anno si liberano da 5 a 8 miliardi già impegnati per gli sgravi fiscali sui nuovi contratti “a tutele crescenti”. E quanto agli investimenti pubblici, la Commissione Europea attende di sapere quali ha in programma l’Italia per applicare la “clausola delle riforme strutturali”.


 

BOX N. 8

 

GLI EFFETTI DELL’INNOVAZIONE TECNOLOGICA SULL’OCCUPAZIONE E LA DIFFUSIONE DEL REDDITO DI BASE

Nel resto del mondo avanzato, il progresso tecnico sta riducendo la quantità di lavoro presente nei processi produttivi, esaltandone la qualità. Non ci sarà lavoro per tutti, non si potrà lavorare per tutta la vita e limitare la fase di formazione agli anni dell’adolescenza e della prima gioventù. Il problema si sposta sulla distribuzione del valore aggiunto finito, grazie alla deregolazione, in larga parte ai profitti, con una crescita enorme dei divari di reddito.

Le parole d’ordine dei nuovi modi di produzione sono adaptive learning, adeguare in tempo reale le proprie conoscenze lungo tutto l’arco della vita lavorativa, e basic income, per consentire a quanti escono dai processi produttivi di vivere dignitosamente, e magari studiare per tenersi pronti a tornarci. E’ la nuova “rivoluzione industriale” destinata, come insegna la lezione ricardiana, a diventare dominante in tutti i settori produttivi (quelli più avanzati detteranno modi e tempi a quelli più tradizionali). Esperimenti sono già in corso nella Silicon Valley e in Brasile su iniziativa privata, e, per iniziativa pubblica, in Canada, in Finlandia e in Olanda. (http://www.prismomag.com/manifesto-silicon-valley/, https://www.economist.com/news/special-report/21700760-artificial-intelligence-will-have-implications-policymakers-education-welfare-and )

Negli altri grandi paesi europei il diritto al reddito era entrato a pieno titolo tra quelli costitutivi delle rinnovate democrazie postbelliche, sulla scia del Rapporto Beveridge. L’approccio keynesiano portava a considerare lo stato di disoccupazione come determinato dalle imperfezioni più o meno strutturali del sistema economico: la povertà ne era una conseguenza e, quindi, certamente non una variabile indipendente. Con il passare dei decenni, i vari sistemi di sostegno al reddito hanno subito delle modifiche, principalmente per adattarli alla accresciuta flessibilità del mercato del lavoro, e anche dei ridimensionamenti. Ma il loro impianto prevalentemente generalista ha contribuito in modo significativo a frenare gli eccessi della concentrazione del reddito durante la recente crisi internazionale, che invece nessun freno hanno trovato in Italia. Dove, sia in termini di accessibilità dei diritti sociali, che in quelli di promozione di uno sviluppo desiderabile e sostenibile sotto ogni punto di vista, bisognerà decidersi ad imboccare la strada giusta.

2017-10-22T20:38:30+00:00 ottobre 22nd, 2017|1 - Lavoro e reddito, Proposte|