Documento programmatico Jesi e Vallesina (AN)

Introduzione
(Quanto scritto riprende i passaggi, secondo noi fondamentali, del documento del 10 ottobre 2017 a firma di Anna Falcone e Tomaso Montanari “Il momento è ora: occorre una sinistra, civica, larga e partecipata”)

Dopo la lunga stagione delle politiche neo liberiste messe in campo negli ultimi venti anni da governi di centro-destra e da governi di centro-sinistra nell’interesse dei pochi contro i bisogni e i desideri dei molti è giunto il tempo di immaginare una politica e un governo nell’interesse della maggioranza delle persone.

È per questo che consideriamo chiusa la stagione del centro-sinistra: perché è giunto il tempo di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, non di venirci a patti. E per far questo serve costruire la Sinistra che ancora non c’è.

Un’alleanza popolare, tra cittadini e forze politiche, per la democrazia e l’uguaglianza, per rimettere al centro del dibattito politico la prepotente richiesta di democrazia e partecipazione scaturita dalla vittoria del 4 dicembre 2016: non ci basta più difendere la Costituzione e lo Stato democratico di diritto, vogliamo attuarli e costruire insieme un fronte politico e sociale alternativo al pensiero unico neoliberista e alle riforme dettate e imposte dal capitalismo finanziario a Parlamenti e governi deboli o conniventi.

Un (Quarto) Polo di Sinistra che confluisca, nell’immediato, in una lista unica nazionale e, in prospettiva, in un soggetto capace di dar vita a quella Sinistra che, in questo Paese, non c’è ancora. Un progetto politico stabile e credibile di Sinistra, più grande e più ambizioso dei singoli partiti e movimenti, e che permetta, anche nel nostro Paese, la liberazione e l’espressione di nuove energie. Una lista unitaria delle forze alternative ed antiliberiste che rappresenti l’avvio di un processo costituente verso una nuova soggettività politica credibile, che risponda alla potente domanda di rappresentanza della sinistra diffusa nel nostro paese, che sia all’altezza delle esigenze di trasformazione sociale e politica dell’Italia e dell’Europa.

Ciò che accade in Europa, infatti, ci insegna che la Sinistra vince solo se è unita su programmi radicali e innovativi, senza alcuna “connivenza” o appoggio a forze conservatrici e di ispirazione neoliberista. Dobbiamo guardare oltre, non fermarci alle prossime elezioni, sarebbe l’ennesimo tentativo solo elettoralistico, senza respiro, destinato ad esaurirsi subito dopo le elezioni. Dobbiamo, invece, costruire insieme i presupposti per un nuovo mondo giusto, in cui trovino posto non solo i vecchi diritti che ci sono stati tolti, ma anche i nuovi, come il diritto a una partecipazione democratica vera, il diritto al tempo, il diritto alla felicità di tutti e di ognuno.

Per attuarla sappiamo che la dimensione nazionale non è sufficiente. Per questo vogliamo rafforzare quei rapporti con gli altri movimenti che in Europa (Podemos in Spagna, Mélenchon in Francia, Syriza in Grecia, la Sinistra radicale in Portogallo) e nel Mondo, hanno già percorso questa via  e  hanno inaugurato una nuova stagione politica e di democrazia, rimettendo al centro del dibattito i cittadini e le loro reali priorità. E con questi interlocutori, con i quali condividiamo valori e prospettive strategiche, che dovremo aprire una proficua interlocuzione e collaborazione, cercando insieme a loro la giusta collocazione in Europa.

Dobbiamo sottoporre a critica radicale l’ammirazione per mercati liberi da lacci e laccioli, il disprezzo per il settore pubblico, l’illusione di una crescita senza fine.

Tutti chiedono la stessa cosa: una forza unitaria e popolare che possa e voglia realmente cambiare l’Italia con un programma radicale e coraggioso di rivendicazione dei diritti negati, a partire da quelli riconosciuti e tutelati dalla Costituzione, per arrivare ai nuovi diritti posti dalle sfide del presente e del futuro.

Lavoro, redistribuzione della ricchezza, tutela dell’ambiente e del clima, diritto alla salute e all’istruzione, pace e accoglienza dei migranti: esiste un popolo, unito, che su tutto questo vuole invertire la rotta.

E’ per questo che la forza che vogliamo costruire deve parlare fin d’ora con parole chiare, senza inutili e confusi collocamenti puramente tattici che rallentano e rischiano di mettere a rischio il già difficile compito che ci siamo prefissati. E per questo che condividiamo totalmente le parole di Tomaso Montanari quando dice con il PD, né prima,  né durante né dopo, in quanto ciò sarebbe incompatibile con il programma radicale che vogliamo portare avanti e incoerente rispetto ai principi che ci ispirano e guidano in questo percorso.

 

DOCUMENTO PROGRAMMATICO

 

7. ECONOMIA ECOLOGICA E SOSTENIBILE, VINCOLI EUROPEI, PAREGGIO DI BILANCIO (ART.81 COST.), POLITICA MONETARIA, COOPERAZIONE E SVILUPPO COMUNE;

Sviluppo e tutela dell’ambiente si tengono insieme solo attraverso una riconversione ecologica dell’economia e dell’industria.

Attuare una riconversione ecologica dell’ economia e degli stili di vita, investire sul trasporto sul ferro, mobilità dolce e auto elettriche, solare termico per il riscaldamento e termodinamico per l’energia, ciclo virtuoso dei rifiuti (con differenziazione di responsabilità tra chi raccoglie e chi smaltisce), riforestazione e messa in sicurezza idrogeologica,  introdurre biotax per le merci che non rispettano regole disciplinari, salute, territorio e lavoratori.

Condivisibile quanto ci ricorda Legambiente che per città libere dallo smog è necessario: ridisegnare strade, piazze e spazi pubblici e la creazione di zone 30, in cui imporre il limite di velocità massimo di 30 km/h. Centri urbani completamente sicuri e rinnovati, in grado di tornare a respirare anche grazie alla creazione di nuovi spazi verdi e alla piantumazione di nuovi alberi in città, nelle vie del centro e delle periferie, ma anche sugli edifici e sui tetti. È inoltre fondamentale  avviare la riqualificazione degli edifici pubblici e privati, per ridurre i consumi energetici e le emissioni inquinanti e rendere gli edifici più sicuri dal rischio sismico e idrogeologico con l’obiettivo di riqualificare in 30 anni tutti gli edifici pubblici e privati. Vietare l’uso di combustibili fossili, con esclusione del metano, nel riscaldamento degli edifici a partire dalla prossima stagione di riscaldamento. Ed introduttore l’etichetta energetica sulle caldaie installate, similmente a quanto fatto in Germania: una etichetta intelligente che informi i condomini del consumo della propria caldaia e invogli a cambiarla prima che giunga a fine vita (che si rompa o non funzioni più).

Nel DEF 2018, non c’è un piano di investimenti pubblici per dare lavoro buono e qualificato e non ci sono risorse sufficienti nemmeno per mettere in sicurezza il fragile territorio del nostro Paese.

Questo scenario è prodotto dal diktat dei trattati europei in netto contrasto con il dettato costituzionale che garantisce lavoro, salute, educazione, sicurezza e dignità per tutti, non solo per i più ricchi. Occorre mettersi in testa che il pareggio in bilancio va cancellatodalla Costituzione, togliendo la modifica operata sull’art.81. Il fiscal compact rende sempre più stringenti le politiche di austerità, dal momento che tutti sappiamo che entro i prossimi 20 anni si dovrà stare entro il 60% del PIL e come dovremmo fare? La risposta che ci danno è: tagliare la spesa pubblica per un totale di 50 mld euro l’anno! Nel 2012 l’Italia si è adeguata inserendo la clausola del pareggio di bilancio in Costituzione, in palese contraddizione con il suo scopo. Come risultato, l’aumento della povertà assoluta e relativa e della disoccupazione giovanile, l’abbandono scolastico dei giovani, l’impoverimento stesso del concetto di lavoro, dei diritti ad esso collegato e delle tutele, la salute che è sempre meno un diritto e più un privilegio. Il Fiscal Compact prevede che alla fine di quest’anno i Parlamenti nazionali diano una valutazione sull’efficacia del dispositivo per inserirlo poi nei trattati europei; in caso di responso positivo, le politiche liberiste di austerità s’imporrebbero su tutto il nostro impianto giuridico.

Le misure di austerità applicate in questi anni hanno già provocato enormi danni sociali, con un forte aumento della povertà assoluta (4,7 milioni di persone) e della povertà relativa (8,4 milioni), e la messa in discussione di diritti primari come il lavoro (37% di disoccupazione giovanile), la salute (12 milioni di persone che rinunciano alle cure) e l’istruzione (15% di abbandono scolastico).

Queste misure di austerità sono state in questi anni scaricate sugli enti locali, attraverso il Patto di stabilità interno, i tagli ai trasferimenti erariali, i tagli lineari delle spending review, fino a minarne la primaria funzione pubblica e sociale di ente di prossimità per i servizi ai cittadini;

In caso di inserimento a pieno titolo nei trattati europei, il Fiscal Compact godrebbe di una posizione di primato sull’ordinamento giuridico italiano, rendendo irreversibili le politiche liberiste di austerità.

Pensiamo che sia urgente e necessario chiedere al Parlamento di dare un giudizio negativo al Fiscal Compact. Già in molti Consigli comunali sono stati presentati ODG  per questo obiettivo.

10. PACE, DISARMO, LOTTA AL TERRORISMO, POLITICA INTERNAZIONALE. GLOBALIZZAZIONE DEI DIRITTI.

Parlando di pace occorre ricordarsi sempre della Guerra mondiale in corso, in cui sono coinvolti 47 paesi. Al solo scopo di tenere aggiornata la memoria riportiamo sinteticamente ( i rapporti completi occupano pagine e pagine) dati presi dal sito di Wars in the world e dell’UNHCR (l’organizzazione dell’ONU per i rifugiati). Si tratta di elenchi impressionanti, ai quali nessun governante delle grandi potenze (e anche delle piccole) presta attenzione al fine di avviare almeno l’intenzione di un processo di pace.

Quando si esaminano i fatti politici, a tutti i livelli, sarebbe necessario avere presente questo terribile stato di cose, per combatterlo aspramente.

Al riguardo dei grandi temi della globalizzazione, delle migrazioni, della lotta per il predominio energetico e tecnologico, della finanziarizzazione dell’economia, del peso dello sfruttamento sulla condizione umana quello della guerra è – come sempre nella storia – rovinosoe insieme propedeutico al peggio.

A livello globale, con una popolazione mondiale di 7,349 miliardi di persone, 1 persona su 113 è oggi un richiedente asilo, sfollato interno o rifugiato – un livello di rischio senza precedenti secondo l’UNHCR. In tutto, il numero di persone costrette alla fuga è più alto del numero di abitanti della Francia, del Regno Unito o dell’Italia.

Alla fine del 2005, l’UNHCR registrava circa 6 persone costrette a fuggire dalla propria casa ogni minuto. Oggi questo numero è salito a 24 ogni minuto, quasi il doppio della frequenza del respiro di una persona adulta.

Quando una moltitudine di persone decide di muoversi dal posto in cui sono nate e che percepiscono come “casa” è evidente che interpretare questo fenomeno come desiderio di usufruire in modo parassitario del benessere di altri luoghi è fuorviante e denota incapacità di analizzare i problemi nella loro complessità.

Un ulteriore elemento di instabilità dell’area africana subtropicale è il drammatico cambiamento delle condizioni climatiche, anch’esse generate dal rapace consumo di risorse energetiche e dall’emissione di gas serra generati dalle economie occidentali, che sta progressivamente desertificando vaste zone di territorio, rendendo impossibile mantenere un’economia contadina che offra una minima possibilità di sussistenza e aggravando le condizioni sanitarie di popolazioni già fortemente soggette a epidemie anche di malattie che in occidente sono ormai considerate ricordi del passato.

La distinzione artificiosa tra i migranti economici e i richiedenti asilo da zone di guerra è in questo quadro assolutamente ingiustificata: il fenomeno migratorio ha le sue radici nella distruzione sociale, culturale, sanitaria, ecologica, che le opulente società occidentali europee hanno causato in larga parte dell’africa e del medio oriente, e le guerre che si scatenano nel settore ne sono una conseguenza esattamente come la miseria e le malattie.

Chi dice aiutiamoli a casa loro finge di ignorare che è esattamente a causa del fatto che da secoli li stiamo “aiutando” che assistiamo a questi imponenti flussi migratori, e che per lo stesso motivo fino a che continueremo ad “aiutarli” questi flussi resteranno inarrestabili.

Ne consegue che le politiche basate sui respingimenti, sulla detenzione, su tentativi di bloccare i flussi all’origine con interventi militari, sono destinati inevitabilmente a fallire, se non nel breve sicuramente nel medio periodo, oltra ad essere evidentemente contrari ad ogni senso di umanità.

Dal primo rapporto annuale sulle spese militari italiane elaborato dall’osservatorio sulle spese militari italiane 2017: “Una democrazia è in pericolo se non riesce a controllare l’influenza “sia palese cheocculta” della macchina industriale e militare di difesa, correndo il rischio difinire con l’esserne controllata. Una macchina che, se lasciata operare senza limiti esenza controlli, riesce a far prevalere i suoi interessi (il profitto dei produttori diarmamenti eil potere dei vertici militari)”.

Occorre impegnare il nostro Paese per ridurre le spese militari, a partire dal costosissimo ed inutile programma per la costruzione degli F35 e per proibire definitivamente la vendita di armi a Paesi in guerra, come l’Arabia Saudita dove, solo nel 2016, abbiamo esportato armamenti per oltre 400 milioni di euro.

Facciamoci carico di rilanciare una mobilitazione per la pace e il disarmo, quanto mai necessaria in un mondo sempre più segnato dalla logica di guerra, che passi anche perla contestazione della NATO e delle assurde spese militari che ci impone, anche nell’ottica di dare piena attuazione all’art.11 Costituzione che ci disegna un’Italia che “ripudia la guerra”.

L’Italia, facendo parte della Nato, deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno secondo i dati ufficiali della stessa Nato, cifra in realtà superiore che l’Istituto Internazionale di Stoccolma per la Ricerca sulla Pace quantifica in 72 milioni di euro al giorno.

Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a oltre 100 milioni di euro al giorno.

Uscendo dalla Nato, l’Italia si sgancerebbe da questa strategia di guerra  permanente, che viola  la nostra Costituzione  e danneggia i nostri reali interessi nazionali.

L’appartenenza alla Nato priva la Repubblica italiana della capacità di effettuare scelte autonome di politica estera e militare, decise democraticamente dal Parlamento sulla base dei principi costituzionali.

Particolarmente grave è il fatto che, in alcune delle basi militari USA/NATO, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso. L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare, che ha sottoscritto e ratificato.

L’Italia, uscendo dalla Nato e diventando neutrale, riacquisterebbe una parte sostanziale della propria sovranità: sarebbe così in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.

Costruire attivamente la pace è una condizione necessaria per porre fine a questa orrenda e imperdonabile carneficina degli attentati terroristici. Dobbiamo trovare un modo intelligente per ridurre la minaccia da parte dei paesi che incentivano e generano il terrorismo. Il terrorismo non si combatte con l’odio ma educando alla pace, all’integrazione, proponendo un modello lontano dalle logiche della guerra.  L’evento di agosto di quest’anno a Jesi della marcia della pace promossa dal centro culturale islamico Al  Huda va nel senso giusto ma non deve rimanere evento isolato e scollegato alle attività quotidiane che prevedono la pace come pratica quotidiana.

Tutto quanto detto sulle spese militari diventa ancor più stridente e inaccettabile se pensiamo che ovunque ci sono tagli, ma non abbastanza sul capitolo delle armi, che va ridotto facendo chiarezza su fonti e destinazioni. Aderire ai trattati di non proliferazione di armi nucleari, assumendo impegni per una difesa civile non violenta e contro la militarizzazione dei territori. Potenziare le strutture di difesa e protezione civile e i percorsi di riconversione delle attività di industrie militari in civili.

Il taglio delle spese imposto per l’imperativo di pareggiare il bilancio si abbatte sulla realtà quotidiana dei più in tutti gli aspetti del vivere, lo abbiamo già detto, ma emerge in questi ultimi anni un accanimento sul capitale umano che rappresenta il futuro del paese: i giovani.

8. POLITICHE GIOVANILI, SOSTEGNO AL DISAGIO, LAVORO E VALORIZZAZIONE DELLE RISORSE E DEI TALENTI;

I giovani non trovano una scuola decente ad istruirli, non trovano il diritto allo studio garantito e non trovano un lavoro che garantisca sicurezza e stabilità e possibilità progettuali, in un paese governato da politiche che nel miraggio di una ripresa (la luce in fondo al tunnel di berlusconiana memoria che ogni tanto fa capolino anche oggi) hanno proceduto ad abbattere tutte le tutele e i diritti acquisiti con le lotte nel passato e a dare quindi sempre meno valore al lavoro in sé e quindi a svalutare la figura del lavoratore. I giovani si trovano o ad adattarsi a questa precarietà perenne o ad andarsene. Si tratta di una vera e propria fuga di risorse e di talenti che qui non trovano spazio e riconoscimento.

Occorre ripartire invece da qui, da loro e destinare le risorse a questa categoria, intervenendo nella scuola e nelle famiglie a rischio, laddove c’è la percentuale più alta di abbandono scolastico ed è in nome di tutto ciò che dobbiamo dire basta  ad una politica fatta di continui tagli perché poi è questo il frutto che si raccoglie. A livello locale, investire sui luoghi di aggregazione che sappiano essere anche spazi educativi, dove coltivare anche talenti, dove si possa insegnare a quella che è la generazione futura il rispetto e l’amore per tutto quello che la politica sta trascurando: il nostro patrimonio culturale, artistico, naturale. E magari fare anche in modo che la cura del patrimonio sfoci anche in lavoro dignitoso, in un percorso professionale, a vantaggio di tutta la collettività.

Rilanciare l’edilizia residenziale pubblica, sospendere gli sfratti per morosità e incentivare affitti calmierati, stimolare l’autorecupero, promuovere l’affitto degli immobili non utilizzati, fino a requisire gli sfitti delle grandi proprietà per far fronte all’emergenza abitativa. Legiferare a livello nazionale per il recupero sociale di casolari dismessi nelle aree rurali, volto a tutelare il paesaggio e al tempo stesso combattere l’abbandono e il degrado delle campagne per rafforzare le filiere agroalimentari e valorizzare le produzioni di qualità che potranno essere fonte di reddito per quanti vorranno ritornare a vivere in campagna.

Sappiamo però che se continuiamo ad accettare e legittimare la politica neoliberista, quel che avremo è un nuovo DEF dove tutto quello che abbiamo indicato come sfera del bisogno, verrà ancora tradito, scavalcato in nome del diktat dei tagli necessari, obbligandoci ad un’austerity che sta giovando solo a pochi potenti. Dovremmo quindi affrontare una volta per tutte la questione della sovranità popolare, dell’espressione della volontà popolare e della sua espressione e rappresentatività, in politica e non solo: parliamo anche dei sindacati. Partiti e sindacati vengono tirati in ballo ad ogni piè sospinto quando si parla di “riforme”, ma sentiamo particolarmente negativa l’accezione che dà – ad esempio – Di Maio quando minaccia una riforma da parte di un futuro governo 5 Stelle. Invece, il cambiamento deve partire dai lavoratori, quindi è necessario per noi contribuire a ritrovare l’identità e la coscienza di chi lavora, anche se molto più difficile, dato che il quadro precedentemente unitario e ben definito oggi ci presenta un puzzle difficilmente gestibile.

Il sindacato deve essere pienamente rappresentativodel lavoratore di oggi, che non è solo il metalmeccanico, la funzione pubblica o le macrocategorie note, ma è la partita iva, l’atipico, il precario, la badante, chi viene pagato coi voucher… mentre il partito deve essere espressione della parte della popolazione che più di altre è colpita dalle politiche neoliberiste e vuole cambiare una volta per tutte lo stato delle cose attuali. Entrambi, partito e sindacato, devono abbracciare la battaglia immane di ridare al lavoro (e quindi della figura del lavoratore)il giusto valore, ripartendo dalla missione di far rientrare la Costituzione nei luoghi di lavoro, come avvenne con lo Statuto dei Lavoratori del 1970 e farne la carta dei diritti di tutti quanti. Una sinistra radicale e davvero utile è quella che si batte per la sicurezza, i diritti, i salari, l’uguaglianza di genere (in ambito professionale e non solo economico), la professionalità e la dignità che il lavoro – come dice la Costituzione – deve a tutti assicurare. Il lavoro e la sua centralità e il suo valore devono guidare l’azione della sinistra, che si mette di traverso laddove veda il lavoro trasformato in volontariato gratuito, lavoro nero legalizzato, in ricatto e in schiavitù per i più disperati  e in sogno irraggiungibile per sempre più persone. Perciò abolire il Jobs Act, ripristinare l’Articolo 18, reintrodurre la causale sui contratti a termine, assicurare al lavoratore autonomo pari diritti e pari tutele rispetto al lavoro subordinato, cancellare il lavoro “a ticket” per gli apprendisti il controllo di un effettivo percorso formativo che nonceli manodopera gratuita. Alla questione lavoro è legato, ovviamente, il discorso sulle pensioni, giunto alla massima criticità con le ultime trovate, in realtà sintetizzabile nel mandare la gente in pensione sempre più tardi, a costi sempre più minori. È dovere della sinistra chiedere nelle opportune sedi di ripensare un sistema pensionistico giusto, equo, umano e dignitoso. Mettere al centro il tema del lavoro e della previdenza sociale ha ovviamente lo scopo di garantire non solo gli individui, ma anche le famiglie. La famiglia deve trovare piena realizzazione delle politiche sociali e la garanzia di poter costruirsi e mantenersi dignitosamente.

La Costituzione è stata tradita sul tema del lavoro, il lavoro stabile si allontana, il lavoro precario lo sostituisce con i voucher, i contratti a termine, i contratti atipici

La Costituzione contiene in sé una dimensione umana che serve a garantire la popolazione e lo vediamo nel concetto stesso che disegna di “impresa privata”, la quale ha necessariamente dei limiti da osservare in nome dell’interesse generale. La stessa costituzione garantisce il ruolo delle cooperative sociali, ma noi vediamo che le stesse oggi sono trasformate per legge in srl.

L’art. 3 Cost. garantisce pari dignità per tutti i cittadini e persegue la rimozione di tutti quegli ostacoli che impediscono l’uguaglianza e riteniamo che sia compito della  sinistra lanciare la sfida solo questo può distinguere una politica di destra da una politica di sinistra.

6. ATTUAZIONE DELLA COSTITUZIONE: SOVRANITÀ POPOLARE, MODELLO DEMOCRATICO, CITTADINANZA, PARTECIPAZIONE, PARTITI POLITICI;

Attuazione piena della Costituzione repubblicana e uno Stato democratico e sociale di diritto, nella convinzione che la libertà di tutti sia la condizione e non il limite della libertà di ciascuno.

Nelle società occidentali la democrazia rappresentativa mostra ormai limiti evidenti, in primo luogo nel mantenere attivo il rapporto tra rappresentanti (eletti) e rappresentati (cittadini).

Questo fenomeno si presenta in grande misura anche in Italia, con una evidente caduta della legittimazione che investe tutte le istituzioni, le organizzazioni politiche e sindacali, che mantengono il titolo a rappresentare ma hanno visto cadere ai minimi storici la loro rappresentatività, con conseguente progressivo distacco dei cittadini dalla politica e dalla partecipazione alla vita democratica del Paese. Non ultimo (e davvero deprecabile) quel pasticcio antidemocratico del Rosatellum, una legge elettorale anticostituzionale e che dobbiamo avversare fin da subito, gridandone a gran voce l’incostituzionalità e denunciandone lo spirito traditore della volontà dei cittadini.

Al fine di valorizzare la partecipazione di base alle decisioni strategiche nei partiti politici deve essere prevista la consultazione obbligatoria degli aderenti sulle alleanze elettorali, informazioni pubbliche online sulla vita interna, sulle deliberazioni politiche e sul loro esito.

Un sito internet per far conoscere le proprie iniziative e gestire la comunicazione interna ed esterna. Dotarsi inoltre di una piattaforma digitale per agevolare e favorire il confronto, l’elaborazione, la co-decisione. Approvare un regolamento sull’utilizzo della piattaforma, sulla certificazione delle votazioni on line, e su come superare l’insufficienza dicompetenze informatiche, garantendo a tutti l’accesso alle votazioni.

La rete non è l’alternativa alla fatica della politica. Può aiutare, ma non sostituire i partiti.
La democrazia non può che basarsi sulla partecipazione politica dei cittadini in partiti liberi, autonomi e popolari.
Soprattutto a sinistra c’è bisogno di partecipazione e di organizzazione per ridareentusiasmo e potere al volontariato politico.

Provare a portare avanti battaglie così impegnative ci porta a dover tenere in considerazione che è quindi necessario ripensare il concetto di partito (e anche di sindacato). Vogliamo portare avanti il compito di riportare il partito alla funzione primaria: fare politica al servizio del cittadino. Il partito non va demonizzato come “espressione della casta”, ma riconfigurato nel suo essere autonomo, libero, popolare.

Vogliamo anche quindi proporre una politica che nell’ottica di tutelare i bisogni di tutti, sia estranea a qualsiasi ombra di massoneria, attenta alle piccole realtà e che non si limiti a salvaguardare gli interessi economici di nicchie ristrette, a scapito del bene comune.

A Jesi (Jesi in Comune e Laboratorio sinistra) e in alcuni Comuni della Vallesina come a Santa Maria Nuova (Partecipazione e Trasparenza e Officina della Partecipazione), si stanno portando avanti da alcuni anni politiche partecipate di sinistra radicale; tra  singoli cittadini, associazioni, liste civiche e forze politiche, con risultati che fanno ben sperare.

La sinistra che noi intendiamo è quella dei circoli che tornano ad aprirsi nei quartieri, nelle sezioni che diventano luogo utile dove far rinascere una rete, il collante tra le persone, in definitiva: quelle zone che sono oggi i profili e le pagine virtuali – necessarie ma poco fisiche – siano affiancate di nuovo da spazi fisici, aggreganti, di confronto, di solidarietà, di produzione della buona politica.

Un’alleanza per la democrazia e l’uguaglianza – Jesi e Vallesina

Jesi, Teatro Il Piccolo 27/10/17

L’assemblea ha visto una buona partecipazione (75 persone circa, provenienti da: partiti, associazioni, comitati, sindacati, mondo della scuola, società civile fatta da studenti, pensionati, lavoratori autonomi, precari e disoccupati, ovvero coloro che maggiormente sentono il bisogno di un drastico cambio di passo). Molta partecipazione grazie a interventi che sono entrati nel merito delle questioni arricchendo il discorso – basti pensare a chi ha richiamato ad una maggiore attenzione al tema della famiglia come aggregazione da tutelare e a chi ha legato il tema dell’autonomia e della libertà a quello della laicità dello Stato. Tutti gli interventi avuti nel corso della serata hanno portato al documento sopra allegato, nell’intenzione di dare un contributo e con lo scopo di garantire appoggio e disponibilità per i passi successivi e per il percorso in generale.

Ci vediamo il 18 novembre!

 

 

Coordinamento:

VALENTINO DI GUGLIELMO diguglielmovalentino@gmail.com 33 4850853

PAOLA MORESCHI moreschipaol@gmail.com 347 7652168

NICOLO’ PACENTI  nicopacenti99@gmail.com 334 8789593

ANGELO SANTICCHIA santhangelo@yahoo.it  338 4703433

LUISA TANZI  luisa.tanzi@gmail.com  327 9872513

 

JESI doc.programmatico – report