Documento programmatico Sassari

PROGETTO 100 CITTA’ – COMITATO DI SASSARI – Assemblea del 27 ottobre 2017

 

PUNTI 1 E 2LAVORO, DIRITTO AL REDDITO, WELFARE (VEDI ANCHE PUNTO 9). Le politiche sul lavoro hanno miseramente fallito, e non solo a causa del governi Berlusconi e di quelli successivi. Il protagonismo e il ruolo delle imprese va rivisto, puntando principalmente l’attenzione sulla persona, coi suoi diritti e il suo potenziale lavorativo e ideativo: di rado espressi e valorizzati. Il modello che si propone, attuativo dei principi di cui agli artt. 1, 4, 35, 36, 37 e 38 della Costituzione, propone la creazione di una sorta di “lavoro garantito” per tutti gli inoccupati, che, gioco-forza, si fa cardine di un innovativo sistema di sicurezza”, con l’impiego delle risorse fin ad ora utilizzate: 1) come “aiuto” alle imprese (che di rado hanno creato buon lavoro, duraturo e non sfruttato); 2) come “investimenti” per la creazione di piccole e medie opere infrastrutturali, per quelle grandi, “inutili” (sottraendole al sistema degli appalti, a cui resterebbero demandate solo le opere complesse); 3) come forma meramente “assistenziale” nella lotta contro la povertà (escluse dunque le risorse destinate ai disabili impossibilitati a lavorare).

Tali risorse, ed altre ancora, finanzierebbero attività e progetti locali, dal basso, eventualmente coordinati tra loro anche in macro aree intercomunali e interregionali; tenendo strettamente conto della vocazione dei lavoratori e dei territori. Tale apporto lavorativo andrebbe ad inserirsi in modo liquido in tutti i settori nei quali se ne ravvisa il bisogno, da quello privato (nuove imprese, start-app, apporto in imprese esistenti, gestione di beni comuni, come la coltivazione di terre destinate ad uso civico etc.) a quello pubblico (in uffici pubblici con carenze di organico, per la costruzione di opere pubbliche con la direzione e il coordinamento delle professionalità tecniche previste, cura della persona e del patrimonio paesaggistico e culturale etc.).

Sarebbe corrisposta a tale categoria di lavoratori un compenso mensile pari alla soglia di povertà relativa (intorno ai 780 euro), coinvolgendo gli uffici del lavoro per gli aspetti gestionali compresi i controlli. L’impegno lavorativo, in termini di giorni ed ore, sarebbe rapportato al grado di competenze richieste per ogni tipologia di lavoro [da un minimo di due giorni (12 ore), ad un massimo di quattro giorni la settimana (24 ore)].

 

PUNTO 6 – ATTUAZIONE DELLA COSTITUZIONE: SOVRANITA’ POPOLARE, MODELLO DEMOCRATICO, CITTADINANZA, PARTECIPAZIONE.

La promozione delle autonomie locali; l’adeguamento dei principî e dei metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento (Art. 5 Cost.) non hanno mai trovato attuazione come il costituente aveva invece previsto. Non infatti mai stati emanati dallo Stato i principi riguardanti la legislazione concorrente, le cui competenze sono indicate all’art. 117 della Costituzione, in modo da che consentire alle Regioni, a loro volta, di regolamentare le importanti materie. Scelte politiche importanti come quelle in materia di ambiente, energia e trasporti – vitali in una realtà come quella sarda – sono perciò soggiogate al protagonismo dello Stato centrale, a danno degli interessi dell’Isola.

E’ dunque necessario restituire ai territori la sovranità che gli spetta, rivedendo l’attuale modello istituzionale ipotizzando, ad esempio, la devoluzione di competenze statali o di legislazione concorrente alle regioni, lasciando allo Stato soltanto le competenze espressione dell’unità nazionale; prevedendo altresì un Senato delle Regioni che andrebbe a pronunciarsi sugli aspetti che, nelle competenze demandate alle Regioni, rendono opportuna un’omogeneizzazione delle normative regionali.

L’urgenza di un intervento in tal senso è determinato dalla pressoché inesistenza di una reale specialità, quale regione a statuto speciale, posto che l’attuale Statuto regionale approvato con legge costituzionale nulla di fatto riconosce rispetto alle altre regioni a statuto ordinario.

Vanno poi introdotti strumenti di partecipazione popolare, a livello sia nazionale che locale, come il referendum consultivo, una legge sui partiti che disciplini la loro organizzazione in senso democratico e una legge elettorale proporzionale che consenta ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti attraverso le preferenze o tramite l’obbligo di primarie, al fine di assicurare un rapporto stabile tra eletti ed elettori. È anche opportuno aprire un ragionamento su possibili modifiche dell’articolo 67, il quale stabilisce il divieto di mandato imperativo. In questo senso, si dovrebbe valutare la possibilità di dare al corpo elettorale la facoltà di interrompere il mandato di un parlamentare nel momento in cui viene meno il rapporto di fiducia con lui.

 

PUNTO 9 – LA REPUBBLICA PROMUOVE LO SVILUPPO DELLA CULTURA E LA RICERCA SCIENTIFICA E TECNICA. TUTELA IL PAESAGGIO E IL PATRIMONIO STORICO E ARTISTICO DELLA NAZIONE. (ART. 9, COST.)(VEDI ANCHE PUNTO 3)

Il tema portante del nostro dibattito è quello del “buon governo del territorio” e da anni constatiamo il pessimo governo del territorio della nostra isola. Infatti, come recita il Manifesto “Sardegna terra viva di Vincenzo Migaleddu e Bandana Shiva “… in Sardegna assistiamo impotenti ad una politica industriale che vede il territorio sardo trasformato o da trasformare sempre più in piattaforma energetica per progetti di sviluppo esterni all’isola, o come centro di stoccaggio e smaltimento di rifiuti prodotti altrove; in Sardegna si incentiva a fini speculativi/energetici l’accaparramento delle terre a vocazione agricola con la conseguente ulteriore marginalizzazione delle tradizionali attività agro-pastorali. Oggi la Sardegna è una delle regioni dove si registrano le aree contaminate più vaste (in totale 445 mila ettari in Sardegna e 345 mila ettari in Campania). Un sardo su tre vive in un sito contaminato (contro una media italiana di uno su sei). I dati relativi ai SIN Sardi confermano il pesante rischio sanitario esistente. Sono oltre 35 mila gli ettari di territorio sardo sotto vincolo di servitù militare, oltre il 60% delle servitù militari italiane. Lo spazio di altri 200 mila ettari di territorio circa è minacciato dall’approvazione dei permessi di ricerca per energia geotermica, per idrocarburi liquidi e gassosi e per altre forme di produzione energetica che entrano in competizione e/o marginalizzano le tradizionali attività legate alla Terra. Inoltre, sono già stati depositati i permessi di ricerca per idrocarburi nel mare che interessano un’area estesa quasi quanto l’intera superficie dell’Isola. Ciò costituisce una minaccia per la biosfera marina di tutto il Mediterraneo occidentale e non ultimo per le attività economiche che vivono di turismo. Rimane ancora in sospeso il rischio di essere scelti come deposito unico per le scorie nucleari”.

Il Progetto di trasformazione della società sarda si basa fondamentalmente su una diversa idea e sul rilancio del LAVORO inteso così come formulato nel mai applicato articolo 41 della Costituzione Italiana ( ART. 41. L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali). Vale a dire che attraverso il LAVORO si deve costruire:

– Un “modello di vita sostenibile”, che consiste in un sistema ecologicamente ben strutturato ed economicamente produttivo, dove l’uomo ritrova l’armonia con la natura ed è in grado al tempo stesso di provvedere ai fabbisogni umani evitando forme di sfruttamento e inquinamento.  Sappiamo che, nella nostra Isola, esistono moltissime realtà auto-produttive che già indicano e disegnano un modello possibile di autodeterminazione socio-economico: un modello naturale, equilibrato, moderno, che “parte dal basso” e, quindi, non autoritario, capace di realizzare uno sviluppo armonico secondo le aspettative della società sarda. Le premesse per un “nuovo” modello di sviluppo, insomma, già esistono, ma è necessario che i lavoratori delle pianure agricole, i pescatori del mare sardo, i lavoratori del turismo, del commercio e dei servizi, i lavoratori che curano i beni ambientali e quelli archeologici si mettano in rete e si coordinino.

Lo sviluppo del comparto biologico in agricoltura, che rappresenta il metodo di produzione che rispetta il benessere umano e animale e difende la biodiversità ambientale e culturale dei territori. Si tratta, dunque, di un modello di sviluppo sostenibile volto a salvaguardare ambiente e territorio e valorizzare la qualità delle risorse delle comunità locali, aiutando queste ultime a far fronte alla concorrenza globale (3). La prima certificazione è quella “dalla terra alla tavola” che assicura la rintracciabilità delle materie prime e del prodotto finito e garantisce la qualità dei prodotti e la tutela del consumatore.

– “Il Turismo ecologico e biologico”, che è quello che si realizza secondo le tre regole della Carta Europea del turismo sostenibile e non quello attuale. La Carta Europea del turismo sostenibile e responsabile (La Carta di Lanzarote del 1995) fissa in modo indelebile le tre regole sulle quali deve fondarsi lo sviluppo del turismo sostenibile: A) Le risorse ambientali devono essere protette e garantite; B) Le comunità locali devono beneficiare di questo tipo di turismo, sia in termini di reddito, sia in termini di qualità della vita; nel rispetto dell’autenticità socio-culturale; C) I visitatori devono vivere un’esperienza integrata con la comunità ospitante, nel rispetto dei lavoratori, contribuendo a creare reddito e, in alcuni casi, ad alleviare la povertà.

– Siamo coscienti del fatto che in Sardegna non potrà esservi “crescita economica” senza un investimento serio nella valorizzazione del principale bene identitario, che è quello linguistico (come spesso richiamato dall’U.E.). Questo presupposto è fondamentale per creare una nuova coscienza del popolo sardo legata dal lavoro e ai suoi prodotti, al territorio e alla produzione diffusa della ricchezza.

La tutela del Paesaggio. Gli insediamenti umani sostenibili si creano da un lato attraverso la progettazione del paesaggio non più antropocentrica (come purtroppo fin qui realizzato, 2/3 dei Sardi vivono lungo le coste) ma che prevede da un lato la produzione agricola, il bosco e la fauna come parte integrante del tessuto urbano e dall’altro la consapevolezza che un comportamento più corretto e responsabile verso l’ambiente e verso il prossimo siano la base ideale per una convivenza pacifica e costruttiva nonché per un sistema economicamente sostenibile nel lungo periodo.

Il “buon governo del territorio” è connesso al Progetto di piena occupazione e quest’ultima è connessa all’equità fiscale che restituisce uguaglianza e pari opportunità.

 

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