Firenze. Proposta programmatica sul modello di sviluppo

Oltre il neo- liberismo per un nuovo modello sociale, economico e di produzione

 

Attuare il modello sociale e economico della Costituzione

Il punto di partenza del ragionamento che proponiamo su un nuovo modello sociale, economico e di produzione, ha come riferimento organico e strutturale la Costituzione. Il modello che essa delinea è molto ben definito. In particolare gli articoli contenuti nel Titolo III ( articoli dal 37 al 41) che, con l’articolo 53 e l’articolo 81, non solo definiscono con puntualità i rapporti ed i doveri economici e di bilancio ma vincolano alla funzione ed alla utilità sociale le risorse produttive, i territori e la stessa proprietà privata. Basti citare l’articolo 41 che, riconoscendo che l’iniziativa economica privata è libera, sottolinea che essa “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. In questa sede richiamiamo anche altri significativi articoli tratti dai Principi Generali:

Art. 2 – La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3 -Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4 – La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 9 – La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

I nostri Costituenti prefigurano un modello sociale, economico e di produzione che abbia come cardine la giustizia sociale, essendo essa la condizione che consente ai cittadini di potersi esprimere liberamente come donne e uomini di una comunità di uguali.

 Oltre il modello neo – liberista per l’uguaglianza sociale

Il modello socio-economico di stampo neo-liberista che si è imposto prepotentemente negli ultimi 35 anni, sta portando il mondo verso una deriva dagli esiti imprevedibili. Lo dimostrano in modo brutale i disastri climatici che si ripetono con una frequenza sconosciuta, le risorse idriche che si riducono inesorabilmente, le polveri sottili che uccidono più di tutte le guerre, i 224 milioni di migranti che ogni anno fuggono da condizioni di vita impossibili.

Da qui, da queste semplici ma fondamentali considerazioni, dobbiamo partire per tracciare un percorso che definisca il perimetro di un progetto di società diverso, sostenibile, inclusivo, nel quale, la qualità della vita, l’ambiente, l’acqua, il paesaggio, siano i beni comuni da difendere e valorizzare. Un progetto che rimetta necessariamente in discussione il tempo del lavoro e quello della vita, un diverso uso della tecnologia, la conoscenza e la cultura come strumenti di liberazione dalle catene invisibili dell’omologazione del pensiero. Un progetto che abbia come elementi irrinunciabili la redistribuzione della ricchezza e la lotta alle diseguaglianze.

Questa sfida deve necessariamente essere portata nel cuore dell’Europa, perché per invertire la rotta, per ribaltare il tavolo, dobbiamo andare oltre i confini degli stati – nazione, prefigurare l’alternativa possibile, rompere i vincoli imposti dalle politiche neoliberiste, essendo evidente che il mercato, da solo, genera diseguaglianze, una inaccettabile concentrazione della ricchezza e del potere in una parte decisamente minoritaria della popolazione, disoccupazione, sofferenze.

Per rimanere alla sola Italia, i dati Istat, riferiti al 2014, rivelano che il 20 per cento degli italiani più ricchi ha un reddito 5,8 volte superiore a quello del 20 per cento più povero. A questo dobbiamo aggiungere, sempre dati Istat, la certificazione di un numero esorbitante di poveri “assoluti”( ben 4.700.000) e di poveri “relativi (8.400.000 persone che hanno una spesa media mensile pro capite inferiore alla metà di quella media registrata in Italia).

Se allarghiamo lo sguardo al resto del mondo, è ormai noto che le otto persone più ricche del pianeta, possiedono l’equivalente delle risorse di mezza umanità.  Numeri incredibili, dietro i quali ci sono le sofferenze senza fine delle persone, il futuro negato che molti non aspettano nemmeno più.

Il compito della sinistra

Il lungo ciclo della globalizzazione neoliberista, iniziato alla fine degli anni ’70 dello scorso secolo, si sta avviando alla fine lasciando sul terreno un cumulo di macerie. I Trattati Europei hanno facilitato l’applicazione delle politiche economiche, finanziarie e di austerità attraverso le quali l’assetto neo-liberista si è progressivamente consolidato. Gli elementi che caratterizzano l’epoca della globalizzazione neoliberista sono essenzialmente: Il dominio del mercato; la sistematica crescita delle diseguaglianze economiche e sociali; la crisi della democrazia e il restringimento degli spazi della stessa agibilità democratica; il graduale consolidamento di una oligarchia tecnocratico-finanziaria come centro di potere indiscusso.

A questa visione di sviluppo, di organizzazione sociale fondata sulla precarietà delle condizioni di vita di milioni di persone, sul potere incontrastato delle grandi Corporation e sulla supremazia della finanza e dell’economia sulla politica, la sinistra non è riuscita a contrapporre un’idea di società, di mondo, di sviluppo, concretamente alternativa.

Dobbiamo ripartire da qui per rilanciare un progetto politico che abbia l’ambizione di indicare un percorso, un orizzonte e anche una speranza, ad un vasto blocco sociale che, di anno in anno, ha abbandonato la sinistra rifugiandosi nel folto mondo dell’astensione o cercando una sponda nel M5S o nella Lega.

Abbiamo davanti a noi un cammino faticoso perché il tessuto sociale e il blocco storico di riferimento dell’area progressista sono stati travolti dalle feroci contraddizioni del nostro tempo, dalla globalizzazione incontrollata, dalla nuova organizzazione internazionale del lavoro determinata dall’innovazione tecnologica. Per ripartire occorre un pensiero profondo e nuovo, un pensiero lungo, per fare i conti non solo con il presente ma soprattutto per dare un senso, una prospettiva, al futuro.

La sinistra ha oggi il compito storico non solo di fare proposte programmatiche che contrastino la feroce protervia delle forze moderate e conservatrici e della destra xenofoba e populista, ma soprattutto quello di indicare come e con quali risorse si può e si deve aprire un nuovo corso, perché è necessario un piano di riconversione ecologica, è urgente trasformare le nostre città e le nostre aree metropolitane in piccole/grandi green city, è urgente immaginare una nuova politica industriale che determini un nuovo modello produttivo e un nuovo sistema di welfare sul quale e con il quale far crescere una molteplicità di attività economiche nei campi della assistenza, nei servizi di welfare, nei sistemi di cura e di riabilitazione.

Una sfida che prefiguri, per milioni di persone, condizioni di vita significativamente migliori, grazie allo Stato e al ruolo di indirizzo economico che esso deve tornare ad assumere.

Una rivoluzione possibile consentita dallo straordinario progresso tecnologico, dalla conoscenza e dalla applicazione delle tecnologie dell’informazione e comunicazione al nuovo modello di produzione, perseguendo l’obiettivo di raggiungere i maggiori vantaggi possibili sul piano sociale.

E’ sulla capacità di avanzare una proposta credibile che tenga insieme il nuovo modello sociale con i nuovi orizzonti della produzione che la sinistra può riavvicinare e ridare una speranza a un blocco sociale che nessuno rappresenta più, che non si reca più alle urne, che, in molti casi, è stato spinto ai margini della società.

Il fallimento del riformismo moderato

La crisi della sinistra non riguarda solo l’Italia, ma anche altri paesi europei e gli Stati Uniti, anche se in questo ultimo anno alcuni avvenimenti indicano che c’è una alternativa possibile se si esce dalla logica ristretta delle dinamiche del riformismo compatibile con l’idea di Europa dell’establishment (pensiamo alla corsa per le primarie del partito democratico americano  sostenuta da Bernie Sanders capace di riportare al centro del dibattito politico i temi della lotta alle diseguaglianze  e della solidarietà sociale; allo straordinario risultato ottenuto da Mèlenchon alle elezioni in Francia; ad alcuni temi sollevati in campagna  elettorale da Hamon, in particolare la riduzione dell’orario di lavoro settimanale; al nuovo corso impresso da Jeremy Corbin al Labour Party).

La crisi della sinistra, rimanendo alla sola Europa, è riconducibile all’adesione incondizionata, della sinistra riformista europea, al pensiero neoliberista che si è affermato in Europa e nel mondo, dalla metà degli anni ottanta, considerato un dogma senza alternative. In realtà così non è, il neoliberismo rappresenta solo una delle teorie economiche esistenti.

La sinistra riformista europea è rimasta prigioniera di una visione della globalizzazione che si è rivelata sbagliata, non solo nell’analisi di fondo ma, soprattutto, nelle conseguenti scelte politiche.

La forte crescita delle disuguaglianze tra sud e nord del mondo, ma anche nel cuore dell’Europa, il crescente impoverimento dei ceti medi, il ruolo sempre più determinante dell’innovazione tecnologica nei sistemi di produzione e la conseguente estromissione di milioni di persone dal circuito del lavoro, il dominio incontrastato della rendita finanziaria, l’accresciuto potere economico e finanziario delle Corporation e la loro capacità di determinare le politiche a livello mondiale, sono tutti processi ascrivibili alla assoluta assenza di un governo democratico della globalizzazione.

L’adesione quasi fideistica, alle leggi di mercato, ha consegnato i ceti più deboli e milioni di giovani, a una vita sempre più precaria senza diritti  e dalle difficili prospettive. Sono questi i “dimenticati” dalla globalizzazione ai quali si è rivolto Trump nella sua campagna elettorale e ai quali i vari populismi di destra propongono soluzioni semplicistiche per uscire dalla crisi.

Le periferie abbandonate delle grandi metropoli, le cinture operaie, i quartieri degradati abitati soprattutto da immigrati, sono diventati i luoghi in cui la distanza fra popolo e forze progressiste si è maggiormente accentuata. Non è un caso se, in Italia, lo stesso Partito Democratico, alle elezioni amministrative a Roma e Torino, vince solo nei quartieri “bene” delle due città e perde sonoramente nei quartieri popolari dove un tempo otteneva maggioranze schiaccianti.

La deriva populista e le spinte nazionaliste sono state favorite dalla globalizzazione selvaggia e dalla acquiescenza delle socialdemocrazie europee alla visione imposta dalle forze moderate e conservatrici che hanno fissato vincoli e rigidità di bilancio rispondenti a dinamiche puramente finanziarie, avulse dal contesto dell’economia reale dei singoli paesi, soprattutto in una fase di crisi economica e di recessione come quella che abbiamo vissuto dal 2008 ad oggi.

L’attacco ai diritti dei lavoratori e al mondo operaio e sindacale ha evidenziato molto chiaramente i tratti della svolta antidemocratica impressa dalle forze conservatrici con il supporto della sinistra riformista europea.

L’introduzione del principio di flessibilità che consente di sfuggire, sia pure parzialmente e a determinate condizioni, al vincolo del patto di stabilità, è ben lontano dalla profonda svolta necessaria a rilanciare politiche di crescita economica, rinnovamento del welfare, lotta alla povertà e alle diseguaglianze, indispensabili per riavvicinare i cittadini europei all’idea di Europa e migliorare le loro condizioni di vita. Oltretutto la flessibilità concessa dai tecnocrati di Bruxelles impone di accettare proprio quelle politiche neoliberiste che riducono le tutele sociali e i diritti dei lavoratori.                                                                                                                                   L’Italia non sfugge a questa logica, ben rappresentata da riforme inutili e costose ( per il bilancio pubblico), come il Jobs Act oppure da leggi, come lo Sblocca Italia, che consentano alla speculazione edilizia di mettere le mani su intere aree del territorio italiano.

E’ del tutto evidente, quindi, che la sinistra deve prendere atto che la stagione del riformismo, così come lo abbiamo conosciuto, è finita. La sinistra deve cambiare rotta.   Occorre oggi una forte discontinuità con il riformismo  moderato con il quale il centrosinistra ha governato l’Italia per un lungo periodo negli ultimi venti anni e amministrato regioni e comuni avendo come riferimento il pensiero e l’azione di Tony Blair.

L’alternativa possibile

Per rilanciare l’Italia occorre veramente cambiare rotta e guardare a nuove forme di sviluppo e di crescita, al nuovo pensiero economico richiamato con modi e contenuti diversi da Piketty, Stiglitz e Krugman tanto per citare solo alcuni autorevoli economisti. D’altra parte anche autorevoli esponenti del Fondo Monetario Internazionale riconoscono finalmente che le politiche di austerità applicate con rigore in particolare dal 2008 ad oggi, si sono rivelate fallimentari.

Cambiare rotta significa pensare ad un piano di investimenti pubblici che parta dalla necessità di riassetto dell’Italia da un punto di vista ambientale e del paesaggio, idrogeologico, sismico, della mobilità, del sistema dei trasporti su rotaia che non significa alta velocità, ma movimento delle merci e dei lavoratori pendolari.

E poi una politica industriale, assente nel nostro paese da decenni, che metta al centro l’innovazione dei processi, un nuovo modello di tessuto produttivo, una visione strategica che indirizzi ed orienti l’azione delle imprese, oltre a varare, come suggerisce Salvatore Biasco, “ un piano pluriennale per la ricerca con una visione di lungo periodo focalizzata su alcuni grandi progetti di sviluppo tecnologico”. Il piano di rilancio economico, culturale e sociale dell’Italia deve basarsi su scuola e formazione professionale, cultura, ricerca, lavoro, paesaggio, ambiente, green economy, sanità, solidarietà sociale.

Scrive Massimo Bray :  Occorre iniziare a sperimentare un modello economico alternativo rispetto a quello che ci ha condotto a questa crisi : un modello non più basato esclusivamente sulla produzione e il consumo di merci, ma sul rispetto dei cittadini, sulla promozione della nostra più grande ricchezza, che è la bellezza paesaggistica e culturale di cui siamo eredi. Facciamo in modo che questa sia la prima grande “opera pubblica” di un paese che vuole scommettere sul suo futuro. Questo progetto passa, naturalmente, anche dalla rigenerazione delle nostre città, dalla definizione di una nuova rinascita urbana. Rigenerazione che si concretizza nella definizione delle green cities, dalla cura delle strade al verde pubblico, dagli spazi comuni all’abbattimento dell’inquinamento, fino alle politiche di trasporto pubblico e persino alla progettazione degli spazi urbani digitali”.

 

L’agenda della sinistra deve mettere al centro dell’iniziativa politica:

1. Il rilancio dell’intervento pubblico attraverso un programma d’investimenti – gli investimenti pubblici sono diminuiti dal 2014 del 2,2% –  per rimettere in moto l’economia e quindi incidere concretamente sulla riduzione della disoccupazione, in modo particolare quella giovanile.

2. Il reddito di cittadinanza/ base- che trova sostegno  sia negli gli articoli 3 e 38 della Costituzione italiana, sia nell’art.34 del Trattato costituzionale dell’UE che impegna l’Europa ad assicurare ad ogni cittadino una esistenza decorosa –   in modo da ridare dignità ai cittadini delle fasce deboli maggiormente colpiti dalla crisi.

3. Le politiche del lavoro alla luce dei profondi cambiamenti che l’ulteriore sviluppo della tecnologia e della robotizzazione determinerà sul lavoro e sulla occupazione mettendo a rischio quasi 54 milioni di posti di lavoro nella sola Europa.

4. La rifondazione dello stato sociale (in Italia ci sono 4 milioni di persone che vivono in condizioni di assoluta povertà).

5. La Carbon Tax sulle attività inquinanti.

6. Una riforma strutturale del Sistema Fiscale per dare finalmente equità e progressività al Sistema Tributario attuando così pienamente il dettato dell’Art. 53 della Costituzione.

7. Un Piano Nazionale di adattamento al clima che preveda investimenti consistenti per mettere in sicurezza il territorio puntando su una adeguata attività di prevenzione.

8. Un Piano Nazionale dell’energia che punti decisamente sulle energie rinnovabili.

Dobbiamo chiudere definitivamente la lunga fase dello sviluppo della quantità e aprire, invece, quella dello sviluppo della qualità, della crescita armonica, dell’economia dell’equilibrio, dello sviluppo inteso come  “ continuo miglioramento, affinamento, perfezionamento pratico ed estetico”. [Luciano Gallino]

Il quadro del nuovo modello sociale è completato da due elementi irrinunciabili: la riduzione dell’orario di lavoro (per determinare un equilibrio tra la applicazione della tecnologia e della robotizzazione ai processi di produzione e i livelli di occupazione) e la buona e piena occupazione come orizzonte strategico per uscire dalla lunga notte del lavoro precario e della riduzione dei salari.    Da questo punto di vista, come osserva puntualmente Antonella Stirati, sarebbe di grande impatto sull’occupazione e anche sulla domanda interna, una politica di ripresa dell’occupazione nel settore pubblico, riprendendo ad assumere in alcuni settori chiave come università e sanità o nei settori più colpiti dal blocco del turn over. A solo titolo di esempio vogliamo segnalare che l’assunzione di 500.000 persone nei settori della Pubblica Amministrazione, avrebbe un costo di circa 10 miliardi di euro, molto meno dei 18 miliardi investiti nel fallimentare Job Act.                                                                        Scrive Antonella Stirati: “Una ripresa dell’azione pubblica sul terreno degli investimenti e dell’innovazione, e quindi in sostanza della politica industriale, potrebbe avvalersi dei margini lasciati dai Trattati europei circa il ruolo del settore pubblico nel fornire servizi essenziali”.

La questione fiscale e il rispetto della legalità

Per poter raggiungere l’obiettivo della concreta attuazione della nostra Costituzione, alla redistribuzione del reddito, alla realizzazione di politiche sociali e inclusive, alla ridefinizione e riaffermazione del ruolo economico dello Stato, a un’economia più giusta egualitaria e democratica, lo Stato deve poter disporre di risorse adeguate e garantire il rispetto della legalità. Questi sono i due pilastri fondamentali, la condicio sine qua non senza la quale ogni tentativo di reale cambiamento sarà vano.

Lo sviluppo economico di un Paese non può basarsi su un indebitamento incontrollato, ma, d’altro canto, politiche fiscali restrittive e austerità non possono che deprimere l’economia e, innescando un circolo vizioso, rendere il debito ancora meno sostenibile. Occorre porsi quindi come principale obiettivo un virtuoso processo di crescita economica sostenibile. La riduzione del rapporto tra debito e PIL a un livello accettabile verrà di conseguenza grazie alla crescita del PIL e al conseguente incremento delle entrate fiscali. Le risorse tra l’altro ci sarebbero: l’evasione fiscale e contributiva in Italia si aggira sui 110 mld di euro l’anno. La crescita economica porterebbe inoltre all’aumento delle entrate fiscali. Il sistema fiscale deve essere reso semplice in modo, tra l’altro, da ridurre quanto più possibile i costi di intermediazione sostenuti dal contribuente. Come proposto da più parti, occorrono sanzioni contro i paradisi fiscali e le imprese che vi hanno stabilito la loro sede legale e che i redditi d’impresa delle multinazionali siano tassati nei paesi in cui vengono generati. Con riferimento alla legalità, grandi risorse devono essere destinate alla giustizia che deve essere rapida, efficiente, efficace e garantire la certezza dello sconto della pena. Occorre che venga portata avanti una lotta decisa e totale alla criminalità organizzata che rappresenta il principale freno a un grande potenziale di crescita economica.

La concorrenza tra le imprese deve avvenire dunque nel contesto di regole certe e fatte rispettare secondo i principi previsti nella Costituzione. Occorre che sia rispettato il principio per cui chi opera in contrasto con i principi della Costituzione italiana non dovrebbe poter svolgere la propria attività economica in Italia così come anche chi non rispetta determinate regole e principi etici fondamentali (ad esempio il no allo sfruttamento del lavoro, la tutela dell’ambiente, il rispetto dei diritti dei lavoratori etc.) anche all’estero non dovrebbe poter vendere i propri prodotti e servizi in Italia.

Un New Deal per l’Europa

L’Europa rimane il cuore e il centro del cambiamento. Non dobbiamo lasciare le vicende dell’Europa agli addetti ai lavori, ma avviare, dal basso, un percorso di iniziativa e dibattito.   Le grandi socialdemocrazie europee stanno assistendo alla progressiva dissoluzione dell’Europa, che avevano contribuito a costruire, incapaci di rompere con le politiche di austerità e di frenare la deriva neoliberista. Nessuna di queste forze si batte per un governo della globalizzazione e il superamento del fondamentalismo di mercato. Oltre alla inutile polemica sui margini di flessibilità, di valore essenzialmente mediatico, non viene compiuta nessuna azione concreta in termini di politica inclusiva, espansiva, redistributiva, per opporsi alla tecnocrazia europea.

Occorre pensare ad un Patto per l’Europa per trasformare l’Europa della finanza e del fiscal compact nell’Europa dei cittadini.   Dobbiamo pensare ad una agenda sociale ed economica per l’Europa, mettendo al primo posto un programma contro la povertà e un piano contro la disoccupazione, oltre  ad un piano di investimenti per la riconversione ecologica, aumentando la produttività ecologica in tutti i settori in ogni parte d’Europa.

La BCE, con il Quantitative Easing immette, ogni mese, 60-80 miliardi di euro di liquidità nel sistema finanziario europeo (saranno la metà nel 2018), di cui si appropriano sostanzialmente le grandi banche internazionali.

Questo ingente flusso di denaro potrebbe essere dirottato verso l’economia reale attraverso la Banca europea degli Investimenti ( BEI) e utilizzato per far partire un grande piano di riconversione ecologica che diversi economisti valutano pari ad almeno il 5% del PIL .

E’nostro compito iniziare ad immaginare una Europa fuori dal ristretto recinto in cui è stata collocata da un establishment in bancarotta e dai nuovi populismi che la spingono verso derive reazionarie.

Sono le forze progressiste a dover immaginare un Europa non più prigioniera della Troika e degli accordi intergovernativi che tagliano fuori il Parlamento Europeo, ma un’Europa della cittadinanza, dei beni comuni, delle reti transnazionali dei vari movimenti ( il cuore dell’Europa democratica che rappresenta già una alternativa, una alleanza popolare per impedire la disintegrazione del continente europeo).

Verso una sinistra transnazionale

C’è oggi un ampio campo rappresentato dalle forze della conservazione dello stato delle cose sia a livello nazionale che europeo, c’è un altro campo rappresentato dalle destre nazionaliste che auspica l’implosione del sistema Europa e la sua disintegrazione, c’è infine uno spazio di quanti ritengono che sia indispensabile pensare ad un’altra Europa.

In questo spazio si ritrovano pezzi dei partiti socialisti che si battono all’interno degli stessi partiti per una radicale rottura con l’establishment; i movimenti civici che nei vari paesi europei sono stati protagonisti di importanti momenti di lotta sui diritti, sui beni comuni, sul tema della casa; le forti esperienze di alcune realtà municipaliste ( è il caso  di Berlino e Barcellona, ma anche Napoli); le forze e i movimenti progressisti già impegnati nel cambiamento. E’ questo lo spazio alternativo al sistema che può dare vita ad una piattaforma democratica che superi i perimetri delle culture politiche esistenti e che ricomponga anche le divisioni fra i vari partiti.Una forza plurale capace di mettere a punto una strategia coerente ed una agenda di rottura sia sulle questioni economiche che sociali.

Alcuni temi sono stati introdotti in questo documento: riconversione ecologica; programma contro la povertà; rilancio degli investimenti pubblici; rifondazione del welfare, nuovo ruolo dello Stato nel processo economico, partecipazione democratica dei cittadini.Altri, come il tema del lavoro e quello dei migranti, sono al centro dell’attualità politica.

In particolare su quest’ultimo occorre ricostruire una sensibilità e una attenzione particolari. Non è pensabile, infatti, avviare una discussione sul dramma dei migranti senza collegarlo ai disastri ambientali e climatici, alle condizioni di estrema povertà in cui vivono quei popoli in conseguenza della globalizzazione senza regole imposta dalle multinazionali e più in generale dei poteri finanziari.

Così come non si può tacere sul sostegno finanziario garantito dal nord del mondo alle dittature dei paesi dai quali fuggono milioni di persone.

Solo la sinistra può far emergere, faticosamente, questa visione delle cose.                                                              Ma abbiamo bisogno delle forze e dei movimenti progressisti di tutta l’Europa, perchè la questione della migrazione è una questione epocale e determina un processo di cambiamento nel cuore del sistema Europa che deve necessariamente essere governato per poterne sfruttare appieno le straordinarie potenzialità, di carattere demografico, economico, sociale e culturale.                                                                                             Siamo davanti a trasformazioni che cambiano il mondo, ma siamo impotenti di fronte al razzismo xenofobo e ai populismi di tutta Europa.

Di fronte a questo stallo dobbiamo rilanciare una idea di Italia e di Europa  che attinga alle grandi esperienze dei movimenti impegnati sui vari terreni della pace, delle energie alternative e rinnovabili, della accoglienza, affinchè si rivolgono ad un mondo che rappresenta già una alternativa possibile, sostenibile, multiculturale, multietnica. E poi indicare una strada, un disegno di società, che si lasci alle spalle la lunga notte della globalizzazione selvaggia.

Firenze Proposta programmatica modello di sviluppo

2017-11-06T08:36:31+00:00 novembre 6th, 2017|4 - Sviluppo sostenibile, 7 - Economia, Proposte|