Napoli. Proposta programmatica sull’ambiente

TUTELA, VALORIZZAZIONE AMBIENTALE E RICONVERSIONE ECOLOGICA CHE FARE?

1. La domanda principe a cui abbiamo il dovere di rispondere è la seguente:
è sostenibile l’attuale sistema economico e produttivo, intendendo per sostenibile quello sviluppo
“che soddisfi i bisogni attuali consentendo il soddisfacimento dei bisogni delle future generazioni?”
La risposta è: certamente NO.

La sostenibilità dell’ambiente, nelle sue articolazioni di consumo sostenibile, sviluppo sostenibile,
vivibilità, mobilità, territorio sostenibile, affondando ancora le radici nell’ideologia della crescita e
della produttività, ha perso il significato di valore ed è diventata una pratica sostanzialmente
amministrativa (aggiustamenti, provvedimenti tampone, compatibilità); il più delle volte, la
sostenibilità è diventata uno slogan mistificatorio.
Riscaldamento globale, emergenze climatiche e “anomalie” che si riscontrano nella tipologia dei
danni da inquinamento atmosferico, marittimo e sui luoghi di lavoro non sono più, e soltanto, calamità
naturali.
La grande sfida ambientale, allo stato attuale, è pensare ad un benessere che sia capace
fondamentalmente di giustizia sociale. Giustizia intesa come “condivisione” e “solidarietà”; gli aiuti
allo sviluppo, nel lungo termine, non pagano se non hanno come obiettivo non “il dare di più” ma “il
prendere meno”.
Quest’anno 2017, l’Overshoot Day, che rappresenta la data in cui la richiesta di risorse naturali
dell’umanità supera la quantità di risorse che la Terra è in grado di generare nello stesso anno, è
caduto il 2 agosto. La data dell’Earth Overshoot Day ha scadenze sempre più brevi: dal 19.12.1987
al 25.09.1997, fino allo 02.08.2017; mai così presto da quando il mondo è andato per la prima volta
in sovrasfruttamento nei primi anni ’70. In altre parole, l’umanità sta usando la natura ad un ritmo a
1.7 volte superiore rispetto alla capacità di rigenerazione degli ecosistemi. E’ come se servissero 1,7
pianeti Terra per soddisfare il fabbisogno attuale di risorse naturali. Peraltro lo sfruttamento delle
risorse non garantisce la dignità di tutti, bensì lo spreco di pochi.
I costi ambientali di questo esagerato sfruttamento stanno diventando sempre più evidenti e si vedono
sotto forma di deforestazione, siccità, scarsità di acqua dolce, erosione del suolo e delle coste, perdita
di biodiversità ed accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera (effetto serra).
Una nuova forma di sfruttamento è la “Bio-pirateria”: beni comuni naturali e saperi collettivi
vengono rapinati e trasformati in merci, acuendo le disuguaglianze tra ricchi e poveri. Si compete
escludendo. L’economia consuma ambiente e diventa predatoria. La crescita globale è affidata al
mercato ed al libero scambio che, prima di diventare un pilastro della scienza economica, si sviluppa
come un principio morale.
Ma le sole generiche dichiarazioni ambientaliste non servono a nulla. Anzi dequalificano l’immagine
di ogni forza politica che si accosti a tale settore con superficialità, o malafede.
La crisi ambientale, ma anche la crisi economico-finanziaria, richiedono piuttosto e con urgenza una
radicale conversione ecologica nelle modalità di consumo e di produzione e, quindi, negli
atteggiamenti soggettivi verso l’ambiente e nelle organizzazioni delle attività economiche.
Per far fronte alla destrutturazione del territorio occorre una nuova pianificazione a livello
territoriale; una nuova organizzazione tra produzione e consumo, passando dal gigantismo delle
strutture produttive, basate sui combustibili fossili, alle dimensioni ridotte e diffusione di impianti e
di imprese.
Occorre sviluppare fonti rinnovabili ed efficientamento energetico.
Protagonisti la cittadinanza attiva, associazioni, imprenditoria locale, i municipi riqualificati da
nuove forme di democrazia partecipativa.
Il consumo delle risorse, l’energia, il riciclo, l’inquinamento, la biodiversità, l’ecopacifismo, sono
temi di grande attualità che non possono essere esclusi dalla politica in uno ai limiti del capitalismo
ed è irrazionale non valorizzare il concetto di decrescita all’interno di un percorso progettuale
anticapitalistico ed anticonsumistico per la costruzione -come ci ricorda A. D’Acunto nel suo libro
“Alla ricerca di un nuovo umanesimo”- di “un nuovo modello di stile di vita e di società che riporti
l’impronta ecologica nell’ambito della capacità sostenibile del territorio, e più in generale del
Pianeta; anzi molto al di sotto di essa se veramente si vuole guardar alle future generazioni ed alla
conservazione della biodiversità animale e vegetale.”
I nodi da sciogliere diventano le strategie da adottare rinunciando all’idea di dominio e di
asservimento dell’ambiente, ragionando in termini di solidarietà.
Nella ricomposizione dei beni da proteggere, beni pubblici diventano “beni comuni” e, in quanto tali,
non sono più e soltanto beni gestiti dalla pubblica amministrazione, ma anche dalla collettività.
Ciò rafforza l’individuazione di un diritto all’ambiente quale diritto fondamentale, azionabile
giuridicamente, ai sensi dell’art. 2 della Costituzione.
Il diritto all’ambiente, quale diritto fondamentale, assume valore fondativo di una comunità e la tutela
dei singoli beni può considerarsi “comune”, in quanto collegata alla formazione ed alla conservazione
della comunità stessa.
Il diritto all’ambiente trae così fondamento dalla solidarietà tra soggetti e tra popoli; nelle prospettive
da essa aperte si promuove la generalizzazione dei diritti stessi nelle articolazioni del diritto alla
salute, alla giustizia, si formano nuove relazioni e nuovi valori contribuendo ad un nuovo dinamismo
delle libertà. Siamo in presenza di una realtà complessa che presenta equilibri e legami attualmente
neppure pensabili, basti pensare che i soggetti agiscono in nome proprio ed a beneficio di cittadini
futuri.
Contro i processi di esclusione, contro la burocratizzazione delle reti decisionali, contro le pratiche
di negoziazione ristretta e non trasparente, contro le disuguaglianze, la partecipazione dei cittadini
ritrova così la democrazia sostanziale; una democrazia inclusiva, larga, aperta, trasparente. Ciò
richiede la diffusione di forme di cooperazione antagonistica nelle periferie, nei centri storici
degradati, nei quartieri dei poveri e degli esclusi, ma pure nelle città c.d. normali. Occorrono azioni
che forzino dal basso il meccanismo delle decisioni, che impongano un altro punto di vista, un modo
diverso di guardare la città, una effettiva ricognizione dei bisogni collettivi legati alla qualità
dell’abitare e del vivere.
In tal modo può diventare possibile associare ad ogni scelta politica una ecologica nervatura, o meglio
di dar vita ad una politica che parli di ecologia in ogni settore onde evitare che l’ambiente ed i cicli
ecologici diventino opzioni aggiuntive di facciata che servano solo a soddisfare esigenze commerciali
ed elettorali del momento.
Se è così l’appello napoletano a sostegno delle scelte del Brancaccio finora adottato va rivisitato ed
ampliato come segue:
“per un progetto politico di sinistra – innovativo, chiaro, radicale, movimentista ed ecologista – che
possa realizzare una discontinuità sia nella formazione e formulazione delle sue proposte che nella
proposizione di liste elettorali e che sia nettamente alternativo al PD; che sappia intercettare e
difendere e valorizzare i beni comuni e gli interessi popolari e proporsi e creare alleanze operative
e programmatiche con l’associazionismo di base ed i movimenti socio-culturali e con le altre
organizzazioni di sinistra e comuniste. Un progetto che raccordi ogni sua scelta ai valori della
Costituzione e tenga ben presente la limitatezza delle risorse naturali e le contraddizioni dell’attuale
sviluppo.”

2. Energia solare
Il nostro Paese è chiamato ad una scelta coraggiosa: dovrà finalmente “scegliere il Sole come
sua primaria fonte di energia per ogni sua attività, civile e produttiva”, nel solco di quanto prevede
la legge regionale di iniziativa popolare n. 1/2013 “Cultura e Diffusione della Energia Solare in
Campania” la cui “riproduzione” a livello nazionale è impegno non differibile del soggetto politico
cui si vuole dar vita. L’intero sistema energetico locale e nazionale con la dovuta gradualità verrebbe
così riconvertito al solare: fonte illimitata di energia, gratuita, non inquinante.
L’energia elettrica verrebbe prodotta prioritariamente da piccoli e medi impianti a servizio di aree
urbane non eccessivamente ampie per minimizzare le dispersioni: la rete locale diventa parte di una
rete più ampia su cui si convoglieranno le energie in eccedenza e quelle di grossi impianti sia per
esigenze solidaristiche che metropolitane, interregionali e nazionali. Gli attuali edifici pubblici e
quelli di nuova costruzione, sia pubblici che privati, dovranno essere energeticamente autosufficienti;
così pure le case e i nuclei abitativi sparsi.
Una rete di “distributori di energia solare” favorirebbe, poi, l’approvvigionamento energetico per la
mobilità senza limiti territoriali.
Per i detti obiettivi essenziale è la definizione di Piani Energetici Solari – nelle sue diverse forme e
tecnologie e per i vari livelli istituzionali – interagenti tra loro e sugli obiettivi di copertura annuale
da conseguire; il tutto in perfetta armonia con le esigenze del territorio, della biodiversità da difendere
e dei valori culturali da preservare.
La Regione Lombardia anche quest’anno ha fatto uno stanziamento (di 4 milioni di euro, contro i 2
milioni dell’anno scorso) per offrire dare un contributo a fondo perduto utile all’acquisto di sistemi
di accumulo per immagazzinare l’energia elettrica prodotta impianti fotovoltaici da piccoli e medio
piccoli. Le richieste di adesione sono state quasi il doppio rispetto ai fondi messi a disposizione. Il
73% di tali richieste è stato inoltrato nelle prime 6 ore dall’apertura del bando! Ciò dimostra il grande
interesse delle persone verso l’autoconsumo dell’energia solare. Siano questi contributi effettuati su
base nazionale.
Impianti di produzione di idrogeno: la felice collocazione geografica del nostro paese si presta ad
incentivare sia gli impianti solari sia quelli finalizzati alla produzione di idrogeno; l’idrogeno brucia
con alta resa termica, producendo solo vapore acqueo e nessun inquinante.
Impianti di depurazione: va contrastata la logica dei grandi impianti.
Se consideriamo che lo scarico dei liquami fognari al largo permette di uccidere i batteri con la sola
pressione in profondità e con una semplice condotta sottomarina, i mega e costosi impianti servono
soprattutto alle grandi commesse di gestione, su cui non a caso stanno puntando le grandi
multinazionali.

Rifiuti
Il sistema di gestione dei rifiuti deve essere assolutamente ripensato. Ciò vale in particolar modo per
la Campania, il cui piano regionale dei rifiuti va completamente riscritto.
È assolutamente necessaria e realizzabile una tipologia di gestione dei rifiuti che porti a cancellare
definitivamente ogni pratica di incenerimento non solo abbandonando l’idea di costruire nuovi
inceneritori, ma anche evitando che i rifiuti continuino ad essere eliminati negli inceneritori già
esistenti nonché in altri impianti come i cementifici.
Oltre all’incenerimento dei rifiuti vanno eliminate le discariche, cui ancora oggi si fa ricorso.
Discariche ed incenerimento sono elementi strettamente interdipendenti e costituiscono un sistema
che oltre a causare danni all’ambiente e alla salute delle persone, favorisce, come sappiamo, giri di
affari illeciti e ostacola l’attuazione di un ciclo virtuoso dei rifiuti.
Questo ciclo virtuoso è quello ormai famoso delle “4R” e cioè: riduzione a monte dei rifiuti, quindi
in fase di produzione dei beni di consumo, raccolta differenziata capillare, riciclo dei rifiuti e recupero
della materia. Su quest’ultima “R” va fatta una riflessione: secondo noi il recupero deve essere
appunto della materia e non dell’energia, come pure sostengono alcuni. Il recupero dell’energia dai
rifiuti riporta principalmente, ancora una volta, all’incenerimento. Un altro modo di recuperare
energia dai rifiuti è quello del compostaggio cosiddetto anaerobico, che oltre a produrre un biogas di
scarsa qualità ed un biodigestato che è altro dal compost, favorisce ancora altri giri di affari.
Gli impianti di compostaggio quindi dovranno essere di tipo aerobico. Ma non basta: è inoltre
fondamentale che abbiano piccole dimensioni e che siano adeguatamente distribuiti sul territorio, sia
per evitare problemi di impatto ambientale, sia per ridurre inquinamento e costi derivanti dai trasporti.

Siccità
La diminuzione delle quantità di pioggia, diretta conseguenza dei cambiamenti climatici, sta
producendo in Italia crescente desertificazione e siccità.
Il piano di recente predisposto dal Governo prevede anche una nuova proliferazione di invasi. A
fronte della diminuzione delle piogge stimate nel 30% viene previsto di aumentare la disponibilità di
acqua costruendo numerosi nuovi invasi in montagna, o aumentando il prelievo in quelli già esistenti,
con conseguenti enormi danni idrogeologici nelle valli sottostanti.
Questi interventi vanno fermati e tutte le risorse economiche vanno indirizzate agli interventi sulle
reti, oramai vetuste, che disperdono ben oltre il 30% di acqua. La collocazione di nuove reti devono
prevedere l’obbligo della dualità: una rete per l’acqua di fonte ed in parallelo una rete per acque meno
pregiate provenienti da pozzi o da riciclo.

Incendi boschivi:
Per fronteggiare questo problema una proposta è quella di estendere la sperimentazione adottata nel
parco del Pollino, ed in altri siti regionali, attraverso i contratti di responsabilità territoriale, per cui
si è riusciti a ridurre dell’80% la superficie bruciata (vedi proposta di T. Perna, P. Bevilacqua e altri
su Il Manifesto del 29/9/2017). Il contratto di responsabilità territoriale impegna associazioni
ambientaliste, cooperative sociali, associazioni di protezione civile, singoli contadini e pastori e loro
associazioni, ad occuparsi di una determinata zona per un periodo di tempo, in genere da giugno ad
ottobre. Il soggetto che firma il contratto con l’Ente Parco riceverà il 50% del valore del contratto
(calcolato in base agli ettari da proteggere) agli inizi dell’attività e l’altro 50% se la superficie bruciata
non superi l’1% della superficie data in “adozione”.
I Piani di gestione forestale, a loro volta, dovrebbero prevedere interventi che riguardino il razionale
impiego di manodopera per la manutenzione dei boschi, tempi e modalità d’intervento, fornitura di
servizi ecosistemici (ambientali e paesaggistici), valorizzazione economica del bosco subordinata alla
sostenibilità ambientale.
Inoltre, evitare gli incendi boschivi costruendo sui rilievi dei bacini di raccolta delle acque piovane
darebbe lavoro a tanta gente e fornirebbe i mezzi immediati per lo spegnimento.

Servizi pubblici
affidati al controllo degli enti locali e dei cittadini e sottratti alla logica delle privatizzazioni.
Con la conferma del Fiscal Compact prevista per il prossimo dicembre, contro cui va costruita una
vasta mobilitazione, il percorso delle privatizzazioni dei servizi pubblici locali subirà una ulteriore
accelerazione. Tale percorso in fase avanzata nel settore energetico tenderà ora a colpire trasporti,
rifiuti, servizi sociali e acqua.
In quest’ultimo settore, dove lo “Sblocca Italia” aveva già previsto la costituzione di 4 mega gestori
sul territorio nazionale, sta continuando un graduale processo di aggregazione che punta in primo
luogo all’accaparramento del controllo delle fonti e dei grandi adduttori e che nel Centro sud produrrà
la più grande privatizzazione d’Europa.
Intanto le Corporation continuano ad accrescere costantemente i loro profitti contestualmente a
costanti aumenti tariffari. Questi aumenti vengono utilizzati soprattutto per accrescere i dividendi
azionari mentre languono investimenti sulle reti, sul miglioramento della qualità dell’acqua e dei
servizi, sulla creazione di sistemi duali e sul riutilizzo delle acque depurate.

Inoltre
Stop al consumo di suolo, recupero di strutture inutilizzate per soddisfare esigenze abitative,
produttive, di socialità, di promozione della cultura e del benessere della comunità, in attuazione degli
artt. 41 e 42 della Costituzione.

NAPOLI, 5 novembre 2017

Napoli proposta programmatica Ambiente 2017-11-05

2017-11-06T14:34:42+00:00 novembre 6th, 2017|4 - Sviluppo sostenibile, 9 - Beni comuni, Proposte|