Civitavecchia. Proposta programmatica – Modelli di sviluppo : lavoro ed ambiente

Problematiche del lavoro e dell’ambiente come esiti concreti di scelte di modelli di sviluppo profondamente sbagliati in quanto fondati su principi sbagliati

LA NOSTRA PROPOSTA

Per essere alternativi alle forze ad oggi egemoni in Parlamento riteniamo prioritario   costruire un impianto di valori che riesca a scardinare il pensiero unico neoliberista. Dobbiamo contrapporre al mito dell’equilibrio tra domanda e offerta la necessità di un modello di sviluppo che miri all’equilibrio tra ambiente, salute e lavoro.

Proponiamo alcune riflessioni che auspichiamo possano essere condivise da tutti coloro che intenderanno aderire e partecipare alla costruzione di questo nuovo progetto di sinistra.

1) Abbandono della produzione energetica da combustibili fossili e modelli di produzione.

I combustibili fossili sono i maggiori responsabili del riscaldamento del pianeta e nessun governo può continuare ad ignorare gli effetti disastrosi dovuti al mutamento climatico globale che stanno producendo. Con gli accordi di Parigi della COP21 si sono fatti passi avanti sulla strada della “decarbonizzazione”, che, sebbene insufficienti, occorre tradurre gli impegni in scelte precise.

Il nostro paese, che pure ha ratificato gli impegni presi per mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto di 1,5 ° C, manca ancora di indirizzi coerenti per rendere possibile l’abbandono progressivo ma celere delle fonti fossili. Anzi i governi che si sono succeduti in questi anni hanno attuato politiche che sono andate in senso contrario: il decreto Sblocca Italia del 2014, le trivellazioni entro le 12 miglia, il TAP, il decreto inceneritori, gli stanziamenti preferenziali per strade ed autostrade, la disincentivazione alla diffusione delle energie rinnovabili, ecc.

Un piano credibile di decarbonizzazione dovrebbe prevedere innanzitutto l’eliminazione di ogni forma di incentivazione e sussidio alle fonti fossili, pari a 14,7 miliardi di euro annui (fonte: Legambiente).

Un nuovo scenario energetico basato sull’uscita dalle fonti fossili deve prevedere un piano di riduzione progressiva dell’uso del carbone e la dismissione definitiva in tempi certi delle centrali, a cominciare da quelle di Civitavecchia e Brindisi, le più grandi ed inquinanti, col maggior impatto ambientale e sanitario sulle popolazioni locali. Tali dismissioni devono avvenire senza perdita di posti di lavoro per non aggravare ulteriormente la situazione, sia lavorativa che di salute, di territori già troppo penalizzati. I governi centrali dovranno impegnarsi a trovare risorse, pubbliche e private, che garantiscano il mantenimento del livello occupazionale.

La definizione del SEN – Strategia Energetica Nazionale, le cui linee guida sono state presentate dal Governo alcuni mesi fa, è l’occasione per decidere il cambiamento delle politiche energetiche attuate finora, basate sul consumo delle fonti fossili e dettate prevalentemente dagli interessi dei potentati energetici, Enel, Eni, lobby del petrolio e del carbone, ecc.

Proponiamo di anticipare la chiusura delle centrali di 5 anni rispetto allo scenario proposto dal SEN (con la riserva di ulteriore slittamento dei tempi giustificato dagli alti costi) avviando da subito una reale transizione verso le fonti rinnovabili.

In questo senso si sono già espresse le più importanti organizzazioni ecologiste (Greenpeace Italia, WWF Italia, Legambiente) che hanno quantificato i vantaggi per il clima e l’ambiente che si otterrebbero coll’abbattimento della CO2 e degli inquinanti: anticipare lo spegnimento delle centrali a carbone significherebbe risparmiare 2000 vite umane ed evitare spese sanitarie per circa 5 miliardi.

Non meno importanti sono : il risparmio (“ridurre il consumo di energia e di ogni altra risorsa” v.appello di energiaperlitalia ) e l’incremento dell’efficienza energetica, promuovendo la democrazia energetica ed il ruolo dei cittadini nella produzione e distribuzione di energia, adeguando le reti elettriche alle tecnologie smart. Si metterebbe in moto un ciclo virtuoso di ripresa economica favorito da investimenti pubblici e privati con la creazione di nuova occupazione per lavoro ambientalmente sostenibile.

Altra scelta necessaria è la riduzione della taglia degli impianti di produzione di energia elettrica. L’attuale modello di produzione energetica prevede pochi grandi poli nei quali è concentrata la maggior parte della produzione elettrica immessa in rete. Le conseguenze di questa scelta sono

  • necessità di realizzazione di grandi elettrodotti di notevole lunghezza con perdite a livello nazionale (dati ufficiali) del 6% – 8% di energia e grande impatto ambientale;
  • concentrazione di grandi effetti inquinanti in poche aree, spesso anche gravate da altre installazioni ad alto impatto, sia in fase di realizzazione che di esercizio dell’impianto;
  • riduzione delle possibili scelte di ubicazione data la morfologia del territorio italiano;
  • notevole rilevanza economica degli impianti da realizzare con spostamento sempre maggiore dei poteri decisionali a livelli sempre più alti, in genere nazionali o minimo regionali, e diminuzione radicale del peso delle istanze locali.

Per questi motivi è necessario ridurre da subito la taglia degli impianti di produzione di energia elettrica andando sempre più verso una generazione diffusa che, in accordo con il modello “smart grid”, preveda la realizzazione esclusivamente di piccoli impianti fisicamente vicini ai luoghi di consumo basati sull’utilizzo di fonti rinnovabili e modulati sulle caratteristiche del territorio. Tale scelta permetterebbe di

  • distribuire gli impatti ambientali derivanti dalla presenza degli impianti in modo più omogeneo e meno concentrato sul territorio anche in virtù della maggiore disponibilità di siti candidabili;
  • ridurre le perdite di trasporto dell’energia elettrica producendo un risparmio che si tradurrebbe nella necessità di minori impianti;
  • riavvicinare il potere decisionale sulla collocazione degli impianti alle istanze locali realizzando non solo una “generazione diffusa” ma contestualmente una maggiore “democrazia diffusa”.

Effettuare una rivisitazione radicale della normativa autorizzatoria ambientale che assuma i valori sanciti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità quali limiti emissivi, non consentendo provvedimenti in sanatoria e clausole in deroga e/o dilazionatorie come accaduto, invece nel caso dell’ILVA di Taranto.

 

2) Ridistribuzione economica tra città e porti e diversificazione dei traffici

L’economia del mare rappresenta un elemento di rilevanza cruciale in un paese che per tre quarti della sua estensione è circondato dal mare: una naturale fonte di prosperità su cui le antiche popolazioni costruirono imperi, che invece oggi non sfugge alla generale crisi che attanaglia ogni settore dell’economia.

La recente riforma voluta dal Ministro Del Rio, contrabbandata ancora una volta per semplificazione e modernizzazione, è in realtà pura esaltazione del centralismo e della burocratizzazione delle catene di comando dei porti, istituzionalizzazione della distribuzione spartitoria degli incarichi, il cui vero cieco obiettivo è il definitivo assoggettamento della gestione dei porti agli ordini della politica e delle alleanze lobbistiche.

Le riforme sono altra cosa e non possono prescindere, in termini di LAVORO, da una pianificazione fondata sulla ricaduta nei territori: una piattaforma della portualità è da costruire su vasta scala e non può soggiacere ai meri interessi della speculazione privata.

Il NETWORK PORTI DI ROMA, Civitavecchia, Fiumicino, Gaeta, ognuno con la propria specificità, ha tutte le caratteristiche per costituire il traino economico dell’intero territorio e della portualità anche nazionale, in termini di LAVORO, qualificazione delle attività, sviluppo, crescita: al contrario, i territori interessati sono tra le zone più depresse d’Italia, Civitavecchia in testa.

 

I presidenti dell’Autorità Portuale di Civitavecchia, diretta emanazione del governo centrale, che hanno gestito il porto negli ultimi anni, hanno sbilanciato fortemente gli equilibri dei traffici portuali a favore di containers, crociere e traffico passeggeri (Autostrade del mare). Soprattutto la stagionalità del settore crocieristico ha portato lo scalo ad un utilizzo sempre più intensivo di lavoro dequalificato e precario. La concentrazione dei traffici in questi settori mette in grave difficoltà la stabilità dei livelli occupazionali. Infatti la più lieve crisi di uno questi ambiti a livello internazionale si ripercuote proporzionalmente in modo molto incisivo sullo scalo cittadino.

Inoltre la progressiva sottrazione delle aree portuali a favore di una autoreferente mega-progettualità, ha sostanzialmente e rapidamente modificato la natura dello scalo, il porto si è progressivamente trasformato in un corpo estraneo alla città, feudo indiscusso delle clientele politiche di turno, dove la mera speculazione dei grandi gruppi privati ha trovato terreno fertile.

 

La tendenza alla megaportualità, l’incremento del crocerismo e del traffico passeggeri, e la parallela mancanza di legislatura specifica, hanno portato ad un aumento delle ricadute ambientali dei traffici navali sul territorio senza che vi sia la concreta possibilità, se non alcuni provvedimenti sanzionatori di tipo economico, di intervenire a contrasto e costringere gli armatori ad utilizzare combutistili meno inquinanti e a sostenere delle adeguate manutenzioni per le loro flotte. Fino ad oggi sono inoltre cadute nel vuoto le varie richieste dei di cittadini e comitati territoriali di iniziare uno studio di fattibilità, con conseguente messa in opera, di banchine elettrificate per permettere alle navi in sosta di spegnere i motori.

Le direttive europee impegnano l’Italia a spostare il 30% del trasporto delle merci tramite rotaia, prevedendo per lo smistamento nell’ultimo chilometro la connessione con porti ed aereoporti. Il movimento di merci in Italia avviene per più del 90% su gomma (trasporto stradale), più inquinante del combinato treno-nave. Il ritorno delle merci alla rinfusa e la loro prima lavorazione nei territori retroportuali degli scali italiani è auspicabile per avere lavoro stabile e non stagionale.

3) Trasparenza amministrativa e maggiore concertazione territoriale.

I megaimpianti e le grandi opere sono da sempre il canale preferito di mafie ed imprenditori senza scrupoli per insediarsi in un territorio: l’innnesto di capitali liquidi e sporchi nell’economia legale fornisce servizi a basso costo; crea consenso sociale ed alleanze politiche ed economiche poco chiare soffocando in una ragnatela di corruzione, di infrastrutture non idonee, mancati investimenti e quindi generano impoverimento economico e professionale dell’imprenditoria sana ed erosione dei diritti dei lavoratori.

Il Decreto Legislativo 169 del 4 agosto 2016 intitolato “Riorganizzazione, razionalizzazione e semplificazione della disciplina concernente le Autorità Portuali di cui alla Legge 28 gennaio 1994” ha contribuito ad aumentare le distanze tra la popolazione e gli enti che controllano gli scali italiani.

E’ stato abolito il Comitato Portuale, tavolo di concertazione tra istituzioni e territori. L’organo di decisione con cui deve interfacciarsi il presidente dell’Autority è ora il Consiglio di Gestione formato da un presidente (nominato del ministero dei Trasporti), da componenti scelti dagli Enti locali (Regione, Città Metropolitana o Comuni) del territorio compreso nell’Autorità di Sistema Portuale e un componente nominato dall’Autorità marittima. Le rappresentanze degli operatori portuali e le rappresentanze dei lavoratori sono stati rilegati ad un organo consultivo chiamato Organismo di partenariato della risorsa mare. Invece di aumentare la sinergia tra territori, lavoratori, aziende ed istituzioni si è preferito un tavolo di burocrati con il solo principio di aumentare i profitti, che come ben sappiamo non sono sempre garanzia di maggiore occupazione.

Un esempio su tutti l’affaire Privilege Yard, presunto investimento miliardario nato sotto l’egida dei più alti poteri economici della nazione e finalizzato alla costruzione di navi di lusso al di sotto di 36 passeggeri. che, nella realtà, si è rivelato un castello di ferraglia destinato al rimaneggiamento di pubblico denaro, una nave che non navigherà mai, che ha truffato lavoratori diretti ed imprese dell’indotto.

L’inchiesta è in corso, ma i lavoratori e la città non possono attendere la fine delle indagini per il recupero di quegli spazi alle operazioni ed alle attività produttive del porto: deve essere individuato un percorso di recupero rapido, mantenendo alta la guardia, perché non si riduca ad un ulteriore “omaggio” per qualche altro furbetto speculatore privato.

Ma se operazioni di tale gravità hanno potuto trovare spazio di manovra, è stato grazie al totale vuoto politico che, a tutti i livelli, locale, regionale e nazionale, lascia campo libero all’occupazione di tutte le leve di controllo degli strumenti di sviluppo.

 

MODI, TEMPI E RISORSE PER LA REALIZZAZIONE

1) Abbandono della produzione energetica da combustibili fossili e modelli di produzione.

  • anticipare la chiusura delle centrali di 5 anni rispetto allo scenario proposto dal SEN (con la riserva di ulteriore slittamento dei tempi giustificato dagli alti costi);
  • attuare da subito una riduzione progressiva dell’uso del carbone con la dismissione definitiva in tempi certi delle centrali, a cominciare da quelle di Civitavecchia e Brindisi, le più grandi ed inquinanti, col maggior impatto ambientale e sanitario sulle popolazioni locali. Bisognerà di conseguenza trovare le risorse necessarie per investimenti che riassorbano la manodopera delle centrali, affinché la fase di transazione non ricada sui lavoratori.
  • eliminare ogni forma di incentivazione e sussidio alle fonti fossili, pari a 14,7 miliardi di euro annui (fonte: Legambiente);
  • avviare da subito un processo reale e credibile per la transizione verso le fonti rinnovabili; il risparmio (“ridurre il consumo di energia e di ogni altra risorsa” v. appello di energiaperlitalia ) e l’efficienza energetica; la democrazia energetica e la valorizzazione del ruolo dei cittadini nella produzione e distribuzione di energia; l’adeguamento delle reti elettriche alle tecnologie smart. Si metterebbe in moto un ciclo virtuoso di ripresa economica favorito da investimenti pubblici e privati con la creazione di vera nuova occupazione per lavoro ambientalmente sostenibile;
  • ridurre da subito la taglia degli impianti di produzione di energia elettrica per ridurre le perdite di trasporto/distribuzione; avvicinare i luoghi decisionali al territorio valorizzando le istanze locali; diminuire gli impatti ambientali concentrati; aumentare le alternative possibili nella collocazione degli impianti.

 

2) Diversificazione delle produzioni sul territorio

  • Stabilire che le Autorità di Sistema Portuale debbano avviare processi di ridistribuzione economica dei proventi dei grandi armatori nei territori su cui insistono gli scali. In tal senso occorre mettere in atto tutte le iniziative perché il governo consenta alle Autorità Portuali e/o ai Comuni di applicare una tassa di transito ai croceristi.
  • Avviare le politiche che porteranno l’Italia entro il 2030 ad una movimentazione delle merci di almeno il 30% su rotaia e via mare attraverso finanziamenti mirati al rafforzamento delle infrastrutture ferroviarie e portuali già esistenti. Ribadiamo anche qui la necessità di dismettere inappropriate grandi opere come la Tav in Val di Susa. L’unica grande opera utile è quella della bonifica ambientale ed idrogeologica dei territori e di tanti piccoli interventi di potenziamento e manutenzione sulle infrastrutture già esistenti.
  • Prevedere uno sviluppo dell’attività portuale che permetta una prima lavorazione delle merci direttamente negli scali così da aumentare l’occupazione sul territorio.
  • Avviare, in ottemperanza alle Direttive Comunitarie, un piano di riduzione dell’impatto del traffico navale sui territori e nell’atmosfera assumendo i limiti emissivi per le aree SECA su tutto il litorale nazionale attuando, in tempi rapidi, un piano di elettrificazione delle banchine nei porti di categoria I e II e varando un programma di riconversione a gas e/o a motori ibridi del naviglio nazionale.
  • Il nuovo soggetto politico che andiamo formando dovrà dotarsi di un tavolo nazionale di discussione sui temi dei trasporti e della logistica. In questo settore nevralgico per il neoliberismo globale è necessario che territori e parti sociali collaborino per elaborare soluzioni alternative.

 

3) Trasparenza amministrativa e maggiore concertazione territoriale.

  • Abolizione della riforma Del Rio, e rivisitazione su cui avviare una forte iniziativa politica e trovare la più ampia convergenza, sia nella vigilanza sulla correttezza e trasparenza degli atti, dalle nomine agli appalti, dal rilascio delle concessioni alla correttezza dei piani di investimento e sviluppo: azione politica che sarà tanto più efficace, quanto più sarà in grado di coinvolgere tanto gli attori sociali delle comunità locali quanto gli operatori e le istituzioni su scala nazionale, per giungere ad una programmazione capace di sviluppare in maniera integrata la portualità nazionale, rendendola nuovamente competitiva nell’intera Europa.

L’Affaire “Privilege Yard”, che investe l’intero panorama degli scandali bancari nazionali, richiede un intervento straordinario da parte del governo, che sblocchi la situazione, anche attraverso una legge ad hoc: nelle more delle vicende giudiziarie e delle aste che continuano ad andare deserte, agisca direttamente con un impegno finanziario che consenta l’avvio immediato di un’opera di smaltimento della carcassa di nave ed il riutilizzo delle aree, tra l’altro già attrezzate, con il coinvolgimento diretto della mano d’opera ed imprenditoria locale.

Una boccata d’ossigeno per i lavoratori e per la città, a fronte di un impegno economico pubblico che potrà trovare compensazione attraverso la costituzione di parte civile delle istituzioni direttamente interessate, Comune, Regione, Città Metropolitana.

 

 

2017-11-15T12:28:44+00:00 novembre 8th, 2017|4 - Sviluppo sostenibile, 7 - Economia, Documenti, Proposte|