Mugello. Proposta programmatica su lavoro e welfare

ASSEMBLEA  DEL  MUGELLO, TAVOLO LAVORO E WELFARE

PREMESSA

Nella seguente proposta sono assunti gli indirizzi generali della Costituzione Italiana contenuti nell’Art. 3, per cui alle politiche economiche dello Stato è posta come finalità l’eliminazione delle diseguaglianze, e nell’Art. 41, che subordina l’iniziativa privata all’utilità sociale riconoscendola solo qualora non rechi danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Per poter affrontare puntualmente la questione nei suoi vari aspetti, la proposta si articola secondo in diversi ambiti: − politiche economiche e produttive; − politiche occupazionali; − welfare; − modi di finanziamento. In ambito occupazionale sono inoltre recepiti e attualizzati alcuni punti della piattaforma di rivendicazioni sindacali del movimento nato fra 2010 e 2011 intorno alla questione di Pomigliano e Mirafiori, mentre in merito all’occupazione femminile sono tenuti in conto alcuni punti programmatici del movimento Non una di meno.

Riteniamo che per procedere nel percorso da noi auspicato sia necessaria una politica economico-industriale che preveda la ridiscussione dei trattati europei (Maastricht e Lisbona), l’abolizione del Fiscal Compact e l’eliminazione del Pareggio di Bilancio in Costituzione. Il tutto finalizzato alla costruzione di un’Europa dei popoli che cancelli il modello attuale incentrato sugli interessi privati dei pochi a scapito dei molti.

Riteniamo naturale e fondamentale a tal fine una nostra collocazione politica europea nell’ambito del Gruppo della Sinistra Unitaria Europea nel Parlamento Europeo, riconoscendoci nelle rivendicazioni di cambiamento portate avanti da questo schieramento.

 

POLITICHE ECONOMICHE E PRODUTTIVE

In Italia è stata  finora assente una politica di programmazione economico-industriale. Il neoliberismo europeo, imponendo la compressione di salari e del mercato interno per favorire le esportazioni, ha aggravato la crisi finanziaria e creditizia, deprimendo in maniera inaccettabile i livelli occupazionali, complici anche le delocalizzazioni produttive, a cui si è risposto solamente con politiche di austerità e di salvataggio del sistema bancario. A questo paradigma va sostituito uno opposto che, privilegiando il rispetto i diritti delle persone, le condizioni lavorative, la salvaguardia del potere di acquisto dei salari, il rispetto dell’ambiente e della salute, stimoli il sistema verso un modello diverso da quello consumistico, e privilegi la produzione con elevato contenuto d’ingegno e di tecnologia,  indirizzata verso i prodotti di qualità e beni di uso collettivo.

Proposte industriali e di riconversione ecologica delle produzioni al cui internio realizzare anche le misure urgenti per l’occupazione giovanile:

1) piano energetico nazionale che tenda alla transizione verso un sistema a emissioni zero, con l’incremento delle fonti rinnovabili anche nella produzione elettrica e l’efficientamento energetico negli usi termici;

2) piano nazionale per la mobilità sostenibile volto all’incremento di: a) trasporto merci via mare e via ferro e relativa produzione industriale; b) trasporto pubblico locale e riconversione ecologica dei mezzi pubblici e privati;

3) piano nazionale per la messa in sicurezza del territorio dal rischio sismico e idrogeologico;

4) piano nazionale del sistema rifiuti, verso rifiuti zero; estensione totale della raccolta differenziata, sviluppo degli impianti per il riciclaggio, il recupero e il riuso dei materiali; contrasto dell’obsolescenza programmata anche attraverso incentivazione alla riparabilità di manufatti e impianti e relative professionalità;

5) piano nazionale di riconversione delle industrie chimiche e siderurgiche, che tenda all’incremento di produzioni di livello superiore, con assoluta sicurezza ambientale e sanitaria degli impianti;

6) piano nazionale di riconversione profonda dell’industria bellica;

7) piano nazionale per la realizzazione del progetto banda larga e ultralarga, fissa e mobile, e relative infrastrutture sul territorio;

8) piano nazionale per le forniture agli enti pubblici (materiali e strumenti per la sanità e PA, dotazioni digitali per le scuole)

9) piano nazionale per lo sviluppo dell’edilizia residenziale pubblica attraverso il recupero di edifici non utilizzati e reinvestimento nel settore degli introiti delle case popolari. Sostegno economico e delle buone pratiche  del recupero edilizio, anche al fine di scoraggiare l’occupazione di nuovo territorio.

10) rilancio della ricerca pubblica con una significativa quota di investimenti

Per rovesciare il sistema attuale, per creare anche buona e stabile occupazione, riteniamo prioritaria la centralità del ruolo pubblico. Lo stimolo pubblico alle attività produttive deve abbandonare la logica degli “incentivi a pioggia”, condizionando la possibilità di ricevere incentivi statali da parte dei privati in base a: 1) presentazione del piano industriale; 2) riconversione energetica; 3) assunzione di giovani; 4) valorizzazione dell’occupazione femminile (assunzioni 50%); 5) l’impegno al mantenimento delle unità produttive per un determinato periodo di tempo dall’insediamento (per contrastare le delocalizzazioni sia nazionali che internazionali); 6) l’indicazione del contratto di lavoro a tempo indeterminato come modalità primaria di assunzione del personale; e prevedendo sanzioni per coloro che non rispettano i requisiti.

Lo Stato deve anche vigilare affinchè l’avvento dell’industria 4.0 non sia solo un adeguamento dei sistemi produttivi che diminuisca la forza-lavoro impiegata: per non avere un ruolo subalterno nel contesto  internazionale è  necessario moltiplicare l’intensità di risorse umane e finanziarie  nello studio, nella ricerca, nella produzione dei ‘mezzi produttivi digitali’, riassorbendo anche la forza-lavoro disoccupata e incrementando le produzioni di qualità con un collegamento virtuoso fra mondo della ricerca, progettazione e realizzazione di sistemi, una produzione industriale che dipenda sempre meno dalla tecnologia estera ma valorizzi le nostre eccellenze.

E nei settori produttivi meno interessati dall’evoluzione tecnologica (p.es. il settore tessile e dell’abbigliamento, il settore agricolo), dove il profitto si sostiene solo attraverso la compressione di diritti e salario della mano d’opera fino a sfociare in sistemi produttivi clandestini è necessario intervenire con il controllo, con la repressione ove necessaria, e con l’individuazione e l’attuazione di drastiche riforme dei sistemi, tendenzialmente finalizzate all’aumento dell’occupazione di persone qualificate ed alla produzione di prodotti di qualità.

POLITICHE DEL MERCATO DEL LAVORO

La proposta generale per l’occupazione si può riassumere nella formula:

Lavorare meno, lavorare tutti, con un contratto stabile, recuperando diritti e capacità salariale.

Per un’occupazione che recuperi diritti e dignità salariale ci sembra necessario attuare le seguenti azioni:

1)      abrogazione del Jobs Act :

2)      abrogazione del Pacchetto Treu e della Legge 30;

3)      abolizione del lavoro interinale e delle agenzie private di somministrazione del lavoro; sviluppo del collocamento e della riqualificazione professionale pubblici;

4)      rimozione dei limiti alle facoltà di assunzione nel settore pubblico;

5)      riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario (32/35 ore);

6)      rinnovo della contrattazione pubblica e privata per un pieno recupero della capacità salariale; adeguamento automatico dei salari all’inflazione;

7)      abolizione degli enti bilaterali e della possibilità di derogare al contratto nazionale;

8)      ripristino delle tutele dell’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori; difesa e potenziamento dello statuto dei lavoratori e del Testo Unico sulla sicurezza per un maggior potere delle Rsl; rafforzamento della rappresentanza e della democrazia sindacale.

9)       reintroduzione di sistemi di apprendistato   retribuito e limitato (con obbligo di assunzione di 2/3 degli apprendisti);

10)  istituzione di percorsi realmente formativi in ambito scolastico (anche in collaborazione con le imprese) con precisi limiti, tutele e prevedendo una sorta di “rimborso spese” con superamento del sistema alternanza Scuola Lavoro ;

11)  acquisizione pubblica di aree e impianti produttivi di rilevanza occupazionale per un territorio e sostegno all’autoimprenditorialità collettiva (contro la cessazione, la delocalizzazione e il trasferimento della produzione e in favore di una riconversione e riqualificazione);

12)   incentivi e sostegni per le esperienze di trasmissione di impresa alle lavoratrici e ai lavoratori riuniti in cooperativa.

 

WELFARE

Deve essere recuperato un modello di welfare pubblico, gratuito, universale e basato su un sistema solidaristico: lo Stato ha il compito di offrire a tutti il necessario per una vita dignitosa e non abbandona nessuno. La spesa per il welfare non deve essere concepita come un costo morto ma deve essere assunta come un fattore di sviluppo dei servizi alla persona con creazione di posti di lavoro e rilancio dell’economia su basi diverse. Anche in questo caso è perciò necessaria una ridiscussione dei trattati europei, rompendo quel meccanismo che costringe lo Stato a svendere i propri servizi in favore del profitto privato.

È necessaria a questi fini una diversa ricontrattazione del debito pubblico in ambito europeo che, superando il ruolo attuale della BCE, la renda in modo stabile e istituzionale acquirente dei titoli del tesoro degli Stati europei e dei bond europei sul mercato primario.

Per un welfare universale e solidaristico si ritiene necessario procedere in particolare con i seguenti passi:

  1. paga oraria minima interprofessionale definita per legge
  2. una o più forme di reddito di garanzia o di dignità universale che tutelino i soggetti deboli, disoccupati e precari, e forniscano sostegno e dignità ad attività essenziali o socialmente utili per esempio lavori di cura, artistici, culturali e ambientali, prive finora di riconoscimento economico
  3. contrasto all’esternalizzazione dei servizi sociali e sanitari pubblici, per una graduale ripubblicizzazione degli stessi;
  4. decentramento e potenziamento dei servizi sociali e sanitari necessari sui territori; distribuzione equa per qualità e accessibilità su tutto il territorio nazionale;
  5. abrogazione della Riforma Fornero e introduzione di un criterio di progressività contributiva per il sistema previdenziale; introduzione di un minimo dignitoso e di un massimo nell’erogazione della pensione; reintroduzione della somma tra età anagrafica e contributiva, tenendo in considerazione sia l’aspettativa reale di vita media in salute, sia il fatto che le donne hanno un carico di lavoro maggiore (a loro molto spesso è demandato il lavoro di cura della famiglia), nonché la presenza di lavoro usurante per la determinazione dell’età pensionabile; attenuazione dell’impegno lavorativo dopo i sessant’anni per tutti e in età adeguata per chi soffre di patologie che causano riduzione della capacità lavorativa;
  6. disincentivazione dei welfare aziendali (dalla sanità, ai servizi previdenziali, fino a tutti i benefit aziendali integrativi, che rischiano con queste politiche di diventare sempre più sostitutivi) rimuovendone la defiscalizzazione;

7.revisione della Riforma del terzo settore con abrogazione della parte che riguarda la possibilità per le imprese sociali di fare profitto; equiparazione degli stipendi dei dipendenti delle cooperative sociali a quelle dei dipendenti pubblici (a pari mansione pari stipendio)

  1. potenziamento dell’inclusione dei disabili nel sistema scolastico e lavorativo, attraverso modalità di sostegno fino ai più alti gradi di istruzione e costruzione di percorsi di autonomia in età adulta.

 

SANITA’ aspetti specifici Vedi appendice

 MODALITÀ E STRUMENTI DI FINANZIAMENTO DELLE POLITICHE SOCIALI E DI INVESTIMENTO PUBBLICO

1) Introduzione di una patrimoniale con un’imposta sui nuclei familiari di ricchezza netta, mobile e immobile, al netto delle passività, superiore ai 700000 euro, con una reale progressività dell’aliquota. Adeguata tassazione delle rendite finanziarie.

2) Introduzione per l’IRPEF di una più marcata progressività e gradualità delle aliquote.

3) Soppressione dei programmi di acquisto dei cacciabombardieri F35 e dei nuovi sistemi di armamento.

4) Riduzione degli organici complessivi del personale militare e ritiro dalle missioni di guerra

5) Soppressione del programma di grandi opere inutili per la collettività (es.  realizzazione dell’Alta Velocità sulla tratta Torino-Lione. Sottoattraversamento di Firenze)

Queste misure di finanziamento non possono prescindere dall’adozione di efficienti ed efficaci sistemi di controllo dell’evasione fiscale, dei movimenti di capitale e contrasto dell’economia della criminalità organizzata.  E’ necessario un grande investimento di risorse (azione politica, idee, soldi, persone) in questo settore.

SANITA’

Un po’ di premessa:

L’articolo 32 della Costituzione italiana obbliga lo Stato a tutelare la salute come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività garantendo cure gratuite agli indigenti”.

L’art.32 della Costituzione veniva attualizzato in Italia attraverso la L.833 del 1978 che istituiva il SSN dettato da principi di solidarietà e universalismo, uguaglianza e equità di accesso alle prestazioni. Sistema che dagli anni 90 ad oggi, con la L 502/92 (aziendalizzazione…) e la L. 229/99 (istituzione dei LEA…) ha subito un’involuzione irrefrenabile perdendo sempre più i principi cardine.

Le misure di austerità europee poi stanno accelerando il fenomeno della commercializzazione della salute, determinando progressivi disinvestimenti nei sistemi sanitari pubblici.

Tutto questo ha creato:

 

  • interminabili liste di attesa, diminuzione di prestazioni nel pubblico, chiusure e accorpamenti dei servizi, nonché blocco delle assunzioni e inevitabile diminuzione di personale nei sistemi sanitari pubblici, e conseguenti condizioni di lavoro sempre più al limite della sicurezza e della qualità,

 

  • l’esternalizzazione dei servizi e le convenzioni, hanno incentivato l’offerta da parte del privato, del privato sociale, delle assicurazioni, anche grazie all’introduzione delle compartecipazioni nel pubblico (rendendo la prestazione privata talvolta più economica) e all’introduzione nei contratti di lavoro delle assicurazione per la sanità integrativa (che peraltro assorbono gli incrementi salariali) incentivata attraverso la sua defiscalizzazione

 

  • continue azioni di contrasto alla sanità pubblica, che la rendono sempre più marginale e meno concorrenziale, con conseguente rischio di regalare l’azione di cura al profitto procedendo verso un sistema sanitario misto, di 3 tipi: mutualistico per gli occupati; assicurativo per i più facoltosi; residuale per gli indigenti, precari, inoccupati, pensionati, e conseguente perdita di uguaglianza nel diritto alla salute.

Le misure di austerità imposte dall’Europa[1] e interpretate dai nostri governi, rappresentano una minaccia per i malati, per la salute della popolazione e per il personale sanitario, così come per i sistemi di protezione sociale e in particolare per i meccanismi di finanziamento dei servizi sanitari.

I dogmi dell’economia liberale non si devono applicare alla sanità, perché la salute non è una merce! Il rischio della crisi economica è che l’azione di cura venga individuata come fonte di profitto, visto che tutti sono disposti a spendere, fino anche a indebitarsi, per la salute.

In Italia, già a partire dagli anni ‘90 sono state introdotte misure volte a favorire meccanismi di concorrenza; gli ospedali sono diventati ‘aziende sanitarie’, con un management di tipo commerciale. I tagli del budget poi (oltre 20 miliardi di Euro dal 2010[2]) hanno avuto un grande impatto sul settore, provocando un aumento notevole della compartecipazione alla spesa da parte dei pazienti e conseguente riduzione dell’accessibilità, soprattutto per i gruppi socio-economici più vulnerabili. Le politiche di austerità promosse dall’UE e messe in atto dai governi, hanno portato ad una riduzione massiva dei finanziamenti pubblici e solidaristici dei sistemi sanitari e di protezione sociale. Come conseguenza di queste politiche a partire dal 2008 si è avuto in Europa un aumento costante della mortalità neonatale, e in Italia si è assistito nel 2015, per la prima volta, ad una riduzione, sia per uomini che per donne, dell’aspettativa di vita. I tagli di bilancio poi toccano massicciamente anche le politiche di prevenzione della sanità pubblica, il che rischia di tradursi rapidamente in una recrudescenza delle patologie ‘sociali’ e delle disuguaglianze in salute, ma anche in un eccesso di costo per la medicina curativa.

Le ‘razionalizzazioni’ sanitarie hanno colpito in grande misura anche i servizi sanitari per le donne e per la famiglia, con accorpamenti, chiusure, diminuzione dei servizi offerti nei consultori familiari. Ricordiamo che ad oggi le donne sono le più colpite dalla crisi e dalle misure di austerità, con lavori precari (il lavoro delle donne si svolge sempre più a tempo parziale o sotto forma di contratti a breve termine o a nero, con salari modesti. Nei settori poi come l’educazione e le cure, tradizionalmente femminili, in Italia i salari sono stati ridotti così come ore e posti di lavoro) e per colpa del fatto che alla donna viene chiesto di prestare il servizio di cura alla casa e alla famiglia, attraverso un lavoro non remunerato che spesso sostituisce servizi, come nidi ed RSA, diventati ormai inaccessibili a causa di liste di attesa e/o compartecipazioni.

E questo è il circolo vizioso nel quale sono rinchiusi i popoli d’Europa: La crisi, per i danni sociali e sanitari che genera, aumenta i bisogni di salute e di protezione sociale, proprio quando le politiche di austerità, che si dice siano “deputate a risolverla” riducono le possibilità di accedere ai servizi

Per preservare il bene comune della salute, neanche un Euro di soldi pubblici deve finanziare il privato, così come invece sta avvenendo con le numerose convenzioni!

Per questo (punti messi in possibile ordine cronologico di riforma):

  1. Eliminazione della defiscalizzazione per la sanità integrativa
  2. Diminuzione graduale fino alla cessazione, delle convenzioni per le erogazioni dei servizi, che tolgono risorse al pubblico favorendo il privato/privato sociale
  3. Sistema ugualitario potenziando il servizio pubblico per diminuire le liste di attesa attraverso assunzioni per un utilizzo al 100% delle risorse strumentali, e conseguente abolizione del sistema di intramoenia, privato dentro il pubblico, che rende diverso l’accesso alle cure
  4. Pianificazione territoriale dei Servizi (il contrario di quello che sta avvenendo in Toscana con le mega asl) in un’ottica di organizzazione sulla base dei bisogni del territorio, e con decentramento, esclusa l’alta specialistica (anche con eventuale spostamento di operatori), per renderli accessibili a tutti
  5. Potenziamento dei servizi territoriali che devono riprendere la caratteristica sociosanitaria, compresi i consultori familiari con le caratteristiche previste anche dal POMI (D.M. 24 aprile 2000) che prevede almeno 1 consultorio principale nelle zone extraurbane ogni 10.000 abitanti e nelle zone urbane ogni 20.000-25.000 con al suo interno la presenza di almeno 8 figure specialistiche socio/sanitarie
  6. Piena applicazione della L194 del 1978 attraverso la disincentivazione dell’obiezione di coscienza nelle strutture pubbliche, attraverso la somministrazione della RU486 nei consultori e attraverso l’erogazione di contraccettivi gratuiti, compresi i profilattici, che prevengono oltre che da gravidanze indesiderate anche da malattie sessualmente trasmissibili. Cancellazione della sanzione amministrativa per gli aborti autoprodotti.
  7. Assunzione di tutti gli operatori che operano nel SSN direttamente, senza agenzie interinali, sumaisti (medici specialisti assunti per servizi specifici ambulatoriali) o convenzionati (vedi medici e pediatri di base)
  8. Finanziamento del sistema sanitario sotto il pieno controllo della sovranità nazionale; servizi forniti in base ai bisogni, e non al PIL e al grado di indebitamento del paese e di conseguenza superamento dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), che tagliano fuori dal servizio pubblico tante prestazioni, comprese quelle per le malattie rare
  9. Sistema universale e gratuito sulle prestazioni sostenuto attraverso una fiscalità generale realmente proporzionata al reddito e alle rendite, in un’ottica di solidarietà, e di conseguenza abolizione delle compartecipazioni (chi più ha, con una fiscalità realmente progressiva ed un sistema che combatta l’evasione fiscale, già più pagherebbe) che altro non sono una tassa sulla malattia
  10. Abolizione nel SSN del sistema di aziendalizzazione e del rimborso in base ai DRG (finanziamenti dati in base al numero e al tipo di prestazioni erogate). In questo modo patologie poco remunerative più difficilmente rischiano di venire trattate, così come si rischia di avere sovratrattamenti per ottenere maggiori rimborsi.
  11. Riaffermazione del principio costituzionale della libera scelta in materia di trattamenti sanitari

 

 

BORGO S.LORENZO (Fi) 6 NOVEMBRE 2017

PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA: 40

Testo inviato a nome dell’assemblea da:

Paolo Chiappe

Frazione Farneto7

50039 Vicchio (FI)

pchiappe@tiscali.it

[1]    A livello europeo, secondo il Patto per l’Euro Plus, la “sostenibilità delle pensioni, delle cure sanitarie e delle prestazioni sociali” deve essere collegata “al livello di indebitamento” 
Per di più, il patto di bilancio o Trattato sulla Stabilità, sul Coordinamento e sulla Governance (TSCG) esige il ritorno allo 0,5% dei deficit pubblici così come al 60% del debito sul PIL in 20 anni. In questo modo, in nome nella “competitività” e della riduzione del costo del lavoro, l’UE vuole ridurre i costi delle spese sanitarie e di protezione sociale. Nel caso della Grecia ad esempio, la Troika (Banca Centrale Europea, FMI e UE) ha preteso che la spesa sanitaria non superasse il 6% del PIL, benché la salute sia considerata un ambito di governance interno agli Stati

[2]    La Corte dei Conti ha evidenziato un taglio alla sanità di 25 miliardi dal 2010. Il che, abbinato alle previsioni del Documento di Economia e Finanza, porterà presto l’Italia al di sotto della soglia minima del 6,5% del Pil dedicato alla salute, che l’Oms indica come limite sotto il quale cala la qualità assistenziale e dell’accesso alle cure, nonchè l’aspettativa di vita della gente. Le risorse destinate alla sanità nel prossimo triennio sono destinate a diminuire: nel DEF in approvazione la spesa sanitaria dovrà passare dal 6,7 del PIL nel 2017, al 6,5 nel 2018, al 6,4 nel 2019 per arrivare al 6,3 nel 2020.

Mugello Proposta programmatica lavoro e welfare

2017-11-09T07:24:54+00:00 novembre 9th, 2017|1 - Lavoro e reddito, Proposte|