Dopo il voto, macerie da rimuovere a sinistra

di Andrea Ranieri

Il progetto del Brancaccio nasceva dalla necessità di rispondere insieme ai grandi problemi del nostro presente-il crescere delle disuguaglianze e della miseria, la precarizzazione del lavoro e la disoccupazione, la stessa messa a rischio della vita umana sul pianeta- e alla sfiducia crescente di ampi settori della popolazione verso la politica politicante, di destra, di centro e di sinistra. Per questo si proponeva di mettere insieme quanto restava della sinistra politica non ancora arresa ai dogmi del neoliberismo dominante, e l’antagonismo sociale e culturale che faticava a trovare spazio nella politica dei partiti. La sua ambizione era quella di costruire una coalizione civica nazionale capace di ricreare una speranza nella possibile trasformazione dell’economia e della società, e di mettere in atto un vero e radicale rinnovamento della politica, facendo diventare protagonisti le donne e gli uomini impegnati a praticare un altro modo di lavorare e di vivere, di esercitare solidarietà, nella vita di ogni giorno.

Dovemmo constatare che il momento più difficile per un ‘impresa di questo tipo è proprio quello elettorale. I partiti, anche se piccoli e precari, vedono nelle elezioni il loro centrale momento identitario. Per andare in parlamento, o anche solamente per usare le elezioni come tribuna per divulgare il loro messaggio. I parlamentari, che dei micro partiti esistenti o in formazione, sono la pressoché esclusiva spina dorsale e fonte di finanziamento, puntano inesorabilmente a riprodurre se stessi. E a riprodurre le loro tradizionali divisioni.  E così il nobile tentativo di evitare che si riproducesse la stanca divisione fra le sinistre sedicenti rivoluzionarie o riformiste, attraverso una mobilitazione di base che mettesse in primo piano i protagonisti delle lotte e delle azioni dirette sul territorio, naufragò per la ostinata autoreferenzialità degli attori che avrebbero dovuto giocare un ruolo da protagonisti, a partire dalla disponibilità a mettere in discussione se stessi. Verificammo anche la difficoltà, nei tempi brevi e convulsi che precedono le elezioni, come fosse difficile dare una dimensione nazionale alle coalizioni civiche che si erano costruite nel territorio, e con qualche significativo successo, nelle precedenti elezioni amministrative.

Molti ci chiedono di ripartire da li, di ridare vita all’esperienza del Brancaccio. Crediamo che in questi termini si aprirebbe un percorso sterile e di breve periodo. Di tutto c’è bisogno tranne che di una nuova organizzazione politica extra parlamentare che pretenda di essere la vera sinistra dopo che le sinistre elettorali hanno fallito. Questo fallimento chiama in causa anche noi.   Si è rivelata fallace e illusoria l’idea di coinvolgere i gruppi dirigenti delle organizzazioni esistenti in un progetto che doveva puntare proprio al loro superamento.  Per cui pensare di usare come nome del nostro lavoro futuro “Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza” più che evocare un futuro possibile ci riporta ai tempi e alle logiche del fallimento del nostro progetto. Quelli che pensavamo di unire stanno vivendo la fase estrema di un loro declino, che è il declino di un intero modo di pensare e praticare l’idea di sinistra. Ancora discutono con chi allearsi o non allearsi, se sono o non sono un partito, se per esserlo devono unirsi o devono separarsi. Sono l’immagine più evidente delle macerie che occorre rimuovere per provare ad iniziare un nuovo cammino.

Un nuovo cammino in un panorama politico profondamente diverso.  Le persone colpite dalla globalizzazione senza regole e dall’austerità su cui continua ad attestarsi l’Europa, hanno votato Lega e 5 stelle. Lega, al Nord e non solo, quelli che hanno ancora qualcosa da difendere, e pensano di difendersi contro quelli che stanno peggio di loro, i poveri e i migranti: attratti dalla proposta di abrogazione della Fornero, perché i diritti per andare in pensione li hanno maturati, e che pensano di difendere il loro posto di lavoro con un ritorno alla sovranità monetaria, inestricabilmente connessa al rinascere dei nazionalismi e dei razzismi. Tra loro purtroppo anche tanti operai. Per i 5stelle i giovani precari, i disoccupati, e la disperazione del Mezzogiorno, che ha visto crescere un questi anni la miseria e il differenziale col resto del Paese nei livelli di reddito e di occupazione. A cui il reddito di cittadinanza interessa molto di più della pensione a cui forse non accederanno mai. E tanti lavoratori anche con loro, perché i lavoratori hanno individuato, dal Sud al Nord, nelle politiche del PD di Renzi e nella storia del centro sinistra la storia del declino della loro posizione sociale e della messa in discussione dei loro diritti. Ora si aspettano che i vincitori cambino le cose, e di non vedere più le vecchie facce a decidere del loro destino. Ma le direzioni del cambiamento prospettate dai vincitori delle elezioni sono diverse. Il reddito minimo porta in Europa, certo un’Europa diversa da quella della tecnocrazia di Bruxelles, ma e’ indubbio che il reddito di dignità affratella oggi la maggior parte dei giovani europei. Una direzione diversa dal sovranismo protezionista. E così la democrazia dei cittadini, la rivalutazione della rappresentatività del Parlamento, vanno in una direzione diversa dal decisionismo autoritario, di cui è impregnata la cultura della  destra. E i giovani 5stelle attivi nelle associazioni di volontariato difficilmente potranno assumere il punto di vista leghista sui migranti e sui poveri, relegati dalla destra nelle caselle della sicurezza e del decoro urbano. Le elezioni non ci lasciano solo le rovine della sinistra, ma anche un carico di speranze di cambiamento, certo anche molto contraddittorie tra loro, che chiederanno di essere realizzate.

Un campo su cui giocare per la sinistra, se ancora la sinistra ci fosse. Il PD, ammesso che di sinistra si possa parlare per un partito che ha fatto propria la visione del mondo della destra neoliberista, pare schiacciato sulla rappresentanza sociale di un ceto medio alto soddisfatto di se ma comunque declinante, e condannato dalle sue stesse contraddizioni interne alla irrilevanza politica. La sinistra presente in parlamento è irrilevante  non solo per i numeri parlamentari, ma anche nella testa e nel cuore delle persone. Potere al Popolo sembra incredibilmente più impegnato ad autocompiacersi del risultato elettorale ottenuto, che a fare seriamente i conti con un risultato che mette in discussione quanto di fragile, di ideologico e di illusorio c’era nella loro pretesa di tradurre in voti il lavoro svolto nel sociale dalla parte più interessante e viva della scombinata coalizione elettorale a cui hanno dato vita. Le uniche possibilità di agire positivamente nelle contraddizioni del presente  stanno oggi nell’associazionismo e nella mobilitazione sociale. Così ad esempio solo dalle proposte e dall’iniziativa di Libera e della Rete dei numeri pari, in connessione con le proposte che arrivano dalle reti europee, può nascere un reddito di cittadinanza che superi i limiti e i condizionamenti della stessa proposta 5stelle, e scavare un solco fra la speranza suscitata fra i giovani e i poveri del meridione dalla proposta del reddito e le accuse di assistenzialismo rivolte ad essa da parte della Lega. E solo una forte mobilitazione sociale e sindacale può mettere all’ordine del giorno del prossimo governo, qualunque sarà, l’abrogazione della Fornero , del job act, e della buona scuola. Chi ancora pensa alla ricostruzione della sinistra dovrà stare dentro le auspicabili mobilitazione sociali sul reddito, sulla dignità del lavoro, sull’istruzione, sull’accoglienza, sull’ambiente e sul patrimonio culturale, cercando lì le risposte più urgenti ai dilemmi del presente e contribuendo da lì a   costruire le idee di fondo per un rinnovamento della sinistra.

Perché di nuove idee e di nuove speranze ci sarà bisogno per superare il vuoto di prospettive del presente. La sinistra politica in campo pare più alla ricerca dei propri futuri perduti che a fare i conti con il vuoto di gran parte delle categorie con cui ha preteso di interpretare il mondo. Se vogliamo evitare di restare prigionieri delle vecchie logiche dovremmo con molta pazienza e con il respiro culturale adeguato fare i conti con noi stessi e con la stessa insufficienza delle nostre analisi. Molti in Italia e in Europa stanno cominciando a farlo. Aprendo sedi fisiche e virtuali di dibattito e discussione. Intrecciando la loro azione nel sociale con riflessioni di più lungo periodo. Il cosiddetto programma del Brancaccio che abbiamo elaborato cercando di sintetizzare e dare forma organica dai contributi venuti dalle ‘cento piazze’ in cui si era articolata l’iniziativa partita dall’Assemblea del Brancaccio è un contributo in questa direzione. Siamo interessati al confronto su questi temi con tutti quelli che sentono la necessità di una riflessione e di un lavoro di questo tipo. Trasformeremo in questo senso il sito di “Alleanza polare per la democrazia e l’uguaglianza’, decidendo di chiamarlo da ora in poi con un altro nome che evochi una sinistra che non c’è ancora, ma che non abbiamo rinunciato a provare a costruire.

2018-04-16T15:43:56+00:00 aprile 16th, 2018|Articoli, Blog, Primo Piano|