Fine dei partiti ?

di Gianni Principe

Partiamo dalle basi, dall’articolo 49 della Costituzione: “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Anche senza la precisazione “in partiti” la sostanza sarebbe immutata: il soggetto sono i cittadini e la Costituzione riconosce loro il diritto di associarsi. Non necessariamente nella forma dei partiti che conosciamo oggi.

Il partito delle origini si è fatto comitato elettorale, partito personale, partito azienda.  In particolare a sinistra, il partito di massa ha visto progressivamente separarsi i rappresentanti dai rappresentati: un processo culminato nell’autoreferenzialità della classe politica, cui è corrisposto un crollo della fiducia da parte dei cittadini, portati così a ricercare altre forme di rappresentanza. Un processo ancora in corso, che non va avanti in modo lineare e che la sinistra sembra ignorare. Eppure la strada da seguire è chiara: per ridurre la distanza tra rappresentanza politica e società rappresentata serve partecipazione.

Non più un partito apparato, ma un partito comunità. Articolata, funzionale, innervata da intelligenza organizzativa e operativa, comunità di interessi, mediati da una cultura condivisa, da un’immagine di sé e capace di tutelare se stessa.

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Un confronto serio, partecipato e approfondito, su questo tema non è mai davvero cominciato. Sarebbe invece ora di porsi il problema di come una nuova forma associativa possa garantire ai partecipanti che il loro apporto abbia un peso e che quel peso sia uguale a quello di ogni altro: “uno vale uno” esprime questo concetto con una felice sintesi, anche se tra esprimerlo e attuarlo ci corre una certa distanza.

Il tema andrebbe evidentemente affrontato all’interno di un processo di elaborazione condivisa. Si possono però formulare alcune ipotesi partendo dalle considerazioni precedenti.

Orizzontalità. In un’organizzazione davvero partecipata è possibile un ampio ricorso alla delega  di funzioni, basata su un solido rapporto di fiducia; al contempo però si dovrebbe ridurre al minimo la delega nelle scelte di indirizzo e in quelle operative vincolanti per gli associati. La democrazia diretta, usualmente limitata a casi di piccole comunità molto coese, è oggi resa possibile dalle piattaforme che permettono di condividere e di decidere anche a distanza, senza bisogno di una presenza fisica. L’uso di quegli strumenti non è però neutro né impersonale. Al contrario, le regole per la loro gestione e il loro funzionamento devono essere rigorose e rispondere agli stessi criteri posti a base della vita associativa in generale: una delega di carattere funzionale per la gestione, basata sulla fiducia e quindi garantendo la massima trasparenza, ruoli decisionali caratterizzati da circolarità e orizzontalità, senza di che si incorre nei limiti rilevati nell’esperienza del Movimento Cinquestelle.

Genesi. Il processo di costituzione del soggetto associativo non può nascere da un nucleo fondatore che si pone come centro motore bensì da un incontro su basi paritarie tra persone, associate o disperse ma comunque radicate e attive nei contesti territoriali. Ed è sul territorio che deve crescere la partecipazione, facendo tesoro delle migliori esperienze emerse nelle tornate amministrative – dalle quali dovremmo imparare a correggere l’errore di prospettiva che si commette quando si parla di “percorso dal basso”, essendo proprio quelle buone pratiche le più “alte”, da imitare. L’importante è che le aggregazioni non vengano meno ai principi di partenza nel corso del processo di crescita, perché la forza di attrazione prevalga sulla repulsione. Riconoscendo di andare, passo dopo passo, tutti nella stessa direzione e rinunciando, ciascuno, all’idea di porsi alla guida della carovana.

Leadership. Una tendenza alla personalizzazione è parte del patrimonio genetico della sinistra italiana, un suo vizio di origine a cui la comparsa di Berlusconi sulla scena politica ha dato nuovo impulso. Si dovrebbe invece arrivare alla conclusione che solo un collettivo, organizzato per deleghe funzionali, di coordinamento e di portavoce, e con compiti esecutivi strettamente connessi all’implementazione degli indirizzi strategici assunti attraverso un percorso decisionale ampiamente condiviso, può rappresentare una leadership riconosciuta, coerente con le premesse. Il che non cancella le persone, i volti, le voci sincere e credibili attraverso cui l’associazione comunica con l’opinione pubblica attraverso i diversi media. Ma non per questo si dovrebbero considerare i volti e le voci come vertici di una piramide. Dobbiamo semmai immaginare un poliedro le cui facce non sono tutte visibili allo stesso tempo e allo stesso modo, secondo l’angolo visuale. È questa del resto la sola leadership coerente per una rete articolata e radicata sul territorio.

Rapporto con gli eletti nelle istituzioni. È un tema cruciale in quanto i cittadini associati rappresentano una parte – sempre, per definizione – mentre le istituzioni devono rappresentare l’insieme della nazione. Lo si sta però affrontando solo per l’aspetto, su cui si sta concentrando tutta l’attenzione, del vincolo di mandato, escluso rigorosamente dall’articolo 67. Non che si debba lasciar correre di fronte alle transumanze parlamentari, ma quei comportamenti opportunistici trovano origine proprio nel processo degenerativo che ha stravolto le forme della rappresentanza politica. Perciò, non si può contrastare questo andazzo deplorevole se non si ripristinano le basi della rappresentanza misurandosi sul rapporto tra cittadini associati ed eletti. Si tratta infatti di restituire il giusto valore al vincolo associativo da cui è scaturita l’espressione della candidatura, evitando che di quel vincolo non resti traccia, come avviene quando il programma sottoscritto dal candidato viene contraddetto dal suo operato una volta eletto nelle istituzioni. Tornare a una distinzione chiara tra ruoli interni al soggetto associativo e candidature a ruoli di vertice nelle istituzioni è una soluzione che va nella direzione giusta, ma non è sufficiente. Rivedere i regolamenti, a partire dal Parlamento, così da escludere, in caso di migrazione, dal godimento dei benefici connessi all’appartenenza ad un gruppo – la soluzione di sui si parla – è un passo ulteriore. Non è però neanch’esso un rimedio efficace se non si va alla radice, al modo in cui si selezionano le candidature.

2018-04-16T15:55:50+00:00 aprile 16th, 2018|Articoli, Blog, Primo Piano|